L’ultimo Environmental Report di Google, pubblicato il 27 giugno 2025, evidenzia una sfida cruciale per il colosso tecnologico: sostenere la crescita esponenziale della domanda energetica dovuta all’intelligenza artificiale, mantenendo al contempo un impegno concreto verso la sostenibilità ambientale.
Nel 2024, l’azienda di Mountain View ha registrato un aumento del 27% nel consumo elettrico dei suoi data center, conseguenza diretta della crescente domanda di potenza computazionale per modelli avanzati di AI, come quelli alla base delle grandi reti neurali. Tuttavia, attraverso massicci investimenti in energie rinnovabili e miglioramenti nell’efficienza delle infrastrutture, Google è riuscita paradossalmente a ridurre del 12% le emissioni di carbonio correlate. Nel dettaglio, sono entrati in funzione oltre 25 nuovi progetti di energia rinnovabile, aggiungendo 2,5 GW di potenza “pulita”, mentre altri 8 GW sono stati contrattualizzati per il futuro. Fonte
L’efficienza energetica è stata migliorata significativamente grazie a tecnologie innovative, come i chip TPU v5 “Ironwood”, che offrono un’efficienza energetica 30 volte superiore rispetto alla prima generazione di chip Google del 2018. Tecniche avanzate, quali la quantizzazione dei modelli di apprendimento automatico, hanno accelerato del 39% l’addestramento dei grandi modelli linguistici, riducendo la necessità di risorse computazionali.
Ma il consumo energetico non è l’unico costo ambientale della rivoluzione AI: l’utilizzo di acqua per raffreddare i data center ha raggiunto livelli preoccupanti. Nel 2023, i data center di Google hanno utilizzato 6,1 miliardi di galloni d’acqua potabile, equivalenti al fabbisogno annuale di irrigazione di circa 40 campi da golf. Alcuni centri, come quello di Council Bluffs in Iowa, hanno consumato singolarmente 980 milioni di galloni, ovvero l’equivalente di 6,5 campi da golf. In regioni come la Virginia del Nord, hub mondiale dei data center, il consumo idrico è aumentato del 65% tra il 2019 e il 2023, ponendo questioni di sostenibilità e responsabilità ambientale urgenti.
In risposta, Google ha intensificato progetti di riciclo e ripristino idrico, raggiungendo un offset del 64% dell’acqua dolce utilizzata nel 2024 (rispetto al 18% dell’anno precedente). Questi sforzi evidenziano l’impegno di Google nella mitigazione dell’impatto ambientale, pur confermando che la crescita dell’intelligenza artificiale presenta costi ambientali significativi e inevitabili.
Parallelamente, l’approccio di Google alla sostenibilità sta influenzando profondamente anche il traffico.
Sostenibilità digitale e selezione editoriale: come cambia Google e cosa devono fare gli editori
Sono già diversi anni che Google ha avviato un percorso radicale volto alla sostenibilità ambientale e all’efficienza energetica, influenzando profondamente il modo in cui indicizza e organizza il web. In particolare, lo spider di Google, Googlebot, è diventato significativamente più selettivo e parsimonioso, riducendo le richieste di re-crawl per le pagine rimaste invariate per oltre un mese del 14% rispetto al 2021. Questo cambiamento, documentato in un white-paper presentato alla conferenza Hot/Storage 2024, ha consentito un risparmio energetico di circa 3,2 TWh all’anno, equivalente al consumo annuale di 280.000 case europee.
Al centro di questa nuova filosofia operativa c’è il Change Rate Estimator, un algoritmo entrato in vigore nel quarto trimestre 2023, che decide se un URL necessita davvero di essere rivisitato, rimandando fino a 90 giorni le pagine con meno dello 0,2% di probabilità di cambiamento a meno che non ricevano un ping dalla sitemap o dai link freschi. Questo metodo mira a evitare sprechi energetici e computazionali, che vengono ulteriormente ridotti migliorando la velocità di caricamento delle pagine. Dati interni illustrati da Martin Splitt al Chrome Dev Summit 2023 confermano infatti che pagine con Largest Contentful Paint (LCP) inferiore ai 2,5 secondi ricevono quasi il doppio delle visite dal crawler perché consumano meno CPU, riducendo ulteriormente il dispendio energetico.
Parallelamente, Google ha modificato la sua strategia di indicizzazione, passando da una visione onnivora ad un “catalogo esclusivo”. Uno studio dell’analista Vincent Schmalbach, effettuato su 1200 domini, mostra chiaramente questa tendenza: nel 2025 solo il 42% degli URL inviati è stato indicizzato, contro il 90% del 2019. Google privilegia oggi contenuti caratterizzati da alta originalità semantica, valutata attraverso il nuovo sistema MUVERA*, autorevolezza del dominio e dati strutturati completi.
La stretta più evidente si è manifestata nel cosiddetto “Great De-indexing” tra il 27 e il 29 maggio 2025, quando Search Console ha registrato ben 275 milioni di pagine in più nello stato Crawled — currently not indexed. L’analisi di Marie Haynes ha mostrato che il 71% di queste pagine conteneva contenuti di scarsa originalità, come testi parafrasati, liste prodotti senza recensioni o articoli obsoleti e poco letti. Negli stessi giorni, Google pubblicava la versione 9.3 delle Quality Rater Guidelines, che introduce il flag “Paraphrased / Low‑Originality Content”: il collegamento non sembra casuale.
Gary Illyes, analista senior di Google, ha chiarito ulteriormente il concetto, definendo il crawling “un frutto facile da raccogliere” per ridurre l’impatto ambientale. Con meno pagine inutili indicizzate, diminuisce il consumo di energia e di CO₂, sposando esigenze ambientali e operative.
“Il crawling è un frutto bassissimo sul ramo quando cerchi di ridurre l’impatto ambientale: meno pagine inutili = meno CO₂” — Gary Illyes, Search Off The Record, episodio «Making crawling more sustainable», 11 novembre 2022.
Per gli editori digitali questa trasformazione rappresenta una vera e propria rivoluzione che impone una revisione completa delle proprie strategie editoriali e tecniche. Non è più sostenibile produrre grandi volumi di contenuti generici: oggi è indispensabile offrire contenuti unici, di alta qualità e valore aggiunto. Allo stesso tempo, diventa imprescindibile ottimizzare la performance tecnica dei siti web, soprattutto riducendo il tempo di caricamento e migliorando i Core Web Vitals oltre a implementare processi di analisi regolari per anticipare possibili eventi di de-indicizzazione e adattarsi rapidamente ai nuovi criteri di Google. Ottimizzare i Core Web Vitals lato server alleggerisce del 40 % la CPU che Google spende per il rendering, come ha raccontato Abhijit Saha del team Sustainability.
In un panorama dove intelligenza artificiale e sostenibilità sono diventate centrali, gli editori digitali devono agire con responsabilità e lungimiranza, trasformando queste sfide in opportunità concrete per emergere e consolidarsi in un ecosistema digitale sempre più selettivo.
Investire in contenuti originali, tecnicamente efficienti e che rispettano rigorosamente le linee guida E-E-A-T (Experience, Expertise, Authoritativeness, Trustworthiness) diventa essenziale non solo per mantenere visibilità online, ma anche per operare responsabilmente in un ecosistema digitale che deve fare i conti con limiti fisici ed energetici sempre più stringenti.
“Indicizzare tutto non è più sostenibile né utile; puntiamo a un indice con qualità netta positiva” - John Mueller, Office Hours, dicembre 2024
ha ribadito John Mueller nelle Office Hours di dicembre 2024. Il risultato è una compressione visibile: finiscono in indice solo le pagine che portano informazione nuova, caricate su siti rapidi e leggeri. Unicità, performance e segnali di autorevolezza non sono più consigliati, ma imprescindibili.
Il futuro richiederà agli editori di essere sempre più consapevoli delle sfide poste dall’AI e dalla sostenibilità, trasformandole in opportunità per distinguersi in un ambiente competitivo e saturo, mantenendo centrale la qualità e l’autenticità del proprio lavoro giornalistico.
*MUVERA è un nuovo algoritmo sviluppato da Google che rivoluziona la ricerca tra dati complessi, come documenti rappresentati da più vettori (uno per ogni parola), semplificandola senza perdere in precisione. In pratica, MUVERA riesce a condensare queste rappresentazioni complesse in un singolo vettore sintetico — chiamato FDE — che mantiene l’essenza del contenuto originale. Questo permette di usare metodi di ricerca molto più rapidi, riducendo drasticamente tempi e costi computazionali, ma con un’accuratezza paragonabile a quella dei sistemi più sofisticati. Una svolta importante per chi lavora con grandi quantità di dati e contenuti.



