Parola chiave: Disintermediazione - Crescere in un ecosistema dominato da creator, short video, AI e sfiducia

Disintermediazione, short video, creator, AI e sfiducia: il Digital News Report 2025 fotografa un sistema mediatico stravolto. Come crescere nel nuovo ecosistema.

In Italia abbiamo l’abitudine di guardare con distacco ai dati che arrivano dai mercati globali, illudendoci che ciò che accade altrove non ci toccherà mai davvero. Stavolta però il Digital News Report 2025 del Reuters Institute for the Study of Journalism racconta qualcosa che non possiamo permetterci di ignorare. Non si tratta semplicemente di numeri, ma della radiografia di un sistema mediatico profondamente cambiato che rischia di travolgere il modo in cui intendiamo i media, il lavoro dei giornalisti e la stessa idea di informazione.

Negli Stati Uniti, per la prima volta, social e piattaforme di video-sharing hanno sorpassato TV e siti web come principale fonte di informazione. Il calo silenzioso ma costante dei canali tradizionali è il primo grande segnale di allarme. Questo fenomeno è definito chiaramente con il termine disintermediazione: il pubblico non si rivolge più ai media tradizionali ma va direttamente alla fonte, spesso rappresentata da creator e influencer. Non siamo più davanti a una semplice perdita di pubblico, bensì a un ripensamento radicale del modo in cui le persone cercano notizie e a chi affidano la propria fiducia. La vera domanda oggi è: chi possiede davvero il tempo, la fiducia e l’influenza?

Storiche redazioni e testate giornalistiche perdono centralità, oltre che audience. È tempo di ridefinire il ruolo stesso dei media tradizionali.

Mentre i brand storici perdono terreno, guadagnano spazio influencer, creator e streamer. Negli USA, un quinto degli intervistati segue regolarmente figure come Joe Rogan, in Francia HugoDécrypte raggiunge un impressionante 22% dei giovani. L’elemento comune è chiaro: non cerchiamo più solo notizie, ma persone che selezionano, interpretano e commentano. Il pubblico under-35 vuole contenuti che uniscano una voce, un volto e un ritmo, non semplice cronaca.

A complicare ulteriormente lo scenario intervengono TikTok, YouTube e il dominio assoluto degli short-video. A livello globale, il 65% delle persone si informa tramite video-news sui social. TikTok ha visto una crescita straordinaria, specialmente in Asia, dove in paesi come la Thailandia quasi metà della popolazione si informa abitualmente tramite questo canale. Anche il podcast diventa centrale, confermando che i formati audio-video brevi sono ormai imprescindibili per chiunque voglia raggiungere il pubblico. Il punto critico qui è chiaro: i redattori non possono più ignorare il formato video se vogliono restare rilevanti.

Accanto a questa rivoluzione digitale e visiva si inserisce prepotentemente l’intelligenza artificiale, ormai una realtà concreta e diffusa. Un numero crescente di persone, soprattutto giovani, usa già chatbot per informarsi, ma non senza riserve. L’AI è percepita spesso come meno trasparente e meno affidabile rispetto al giornalismo umano, creando un paradosso: l’innovazione che dovrebbe aiutare rischia di indebolire ulteriormente la fiducia già fragile nelle istituzioni mediatiche.

Ecco dunque che arriviamo al cuore del problema: la fiducia. Solo il 40% degli intervistati ha dichiarato di fidarsi ancora dei media tradizionali, mentre cresce enormemente l’ansia per la disinformazione. Politici e influencer sono identificati come le principali fonti di contenuti dubbi, lasciando le redazioni in una scomoda posizione: devono riconquistare credibilità, combattere fake news, ed essere allo stesso tempo competitive nel mercato digitale.

Ma c’è di più: il modello economico delle notizie online è in crisi. Nonostante gli sforzi per costruire abbonamenti e sistemi di paywall, solo il 18% degli utenti dei paesi più ricchi paga per accedere alle notizie online. È una realtà che non cambia, stagnante, che rende difficile immaginare un futuro sostenibile per le redazioni digitali senza una profonda revisione del proprio modello di business. Lo spunto operativo essenziale oggi è non monetizzare semplicemente il contenuto, ma soprattutto la relazione con il lettore.

Quello che abbiamo di fronte, dunque, è un sistema mediatico globalizzato ma profondamente disomogeneo, con il Nord Europa più legato ai media tradizionali e America Latina, Asia e Africa che spingono verso social e influencer. È una geografia complessa che ci obbliga a ripensare strategie e modelli, non più universali ma necessariamente localizzati.

Questa situazione, complessa e scomoda, è alimentata da un sistema che premia velocità e superficialità a discapito della qualità e della profondità. Si innesca così un ciclo perverso: meno attenzione, più superficialità, meno fiducia, minori entrate e un giornalismo sempre più debole, incapace di reagire in modo deciso alla crisi che lo sta travolgendo.

Italia: la difficile transizione digitale dei media

Il mercato italiano dei media sta vivendo una profonda trasformazione, segnata dall’ascesa di piattaforme digitali internazionali e da una televisione tradizionale che resiste, ma cambia volto. La TV resta il pilastro principale del settore mediatico legacy, generando circa il 72% dei ricavi complessivi, con Rai, Sky e Mediaset che insieme controllano ancora circa il 70% del mercato televisivo. Tuttavia, lo spazio conquistato da piattaforme streaming come Netflix, DAZN, TIM, Amazon e Disney è in rapida espansione, arrivando ormai a rappresentare quasi il 20% del totale.

Nel frattempo, la stampa continua la sua lenta ma inesorabile contrazione, con segnali emblematici come la recente chiusura dell’edizione italiana del giornale gratuito Metro dopo 25 anni, e le cessioni di testate locali da parte del gruppo GEDI. Il declino non è solo economico, ma riguarda anche il rapporto di fiducia e influenza con il pubblico, sempre più attratto da piattaforme digitali native.

Sul fronte digitale, l’advertising online rappresenta ormai il 61% dei ricavi pubblicitari totali, ma qui la partita è sbilanciata a favore dei colossi internazionali come Google e Meta, che da soli catturano l'85% degli introiti digitali, lasciando solo il 15% agli editori tradizionali italiani.

Anche il panorama delle news online si evolve rapidamente: se broadcaster come Mediaset e Rai mantengono una buona presenza, sono testate digitali come Fanpage, Il Post e Will Media ad attrarre maggiormente il pubblico giovane e a sperimentare nuovi modelli di business basati sulla membership. Tuttavia, solo il 9% degli italiani è disposto a pagare per contenuti informativi online.

In questo contesto già complesso, l’Italia si confronta anche con le sfide poste dall’intelligenza artificiale: l’esperimento del quotidiano Il Foglio, che ha pubblicato un’edizione completamente generata dall’AI, e il recente caso GEDI-OpenAI, con i rilievi sollevati dal Garante della Privacy, sottolineano la delicatezza e l’urgenza di affrontare con chiarezza le implicazioni etiche e regolamentari dell’innovazione tecnologica nel giornalismo italiano.Chi vince davvero nel 2025?

Per vincere, bisogna padroneggiare formati innovativi, costruire relazioni autentiche e fondere giornalismo e creatività mantenendo alti standard etici. È necessario puntare su formati brevi e multimediali, investire in personalità editoriali forti, integrare l’AI in modo consapevole e trasparente, e creare community basate su contenuti esclusivi.

La riflessione finale, personale e inevitabile, è questa: il giornalismo come lo abbiamo conosciuto non tornerà più. Se vogliamo salvare l’essenza della professione, dobbiamo accettare il cambiamento radicale che abbiamo davanti. Ora è il momento di agire, con coraggio e determinazione. Chi è pronto a cambiare davvero?

Domande frequenti

Il pubblico non si rivolge più ai media tradizionali ma va direttamente alla fonte, spesso creator e influencer: negli USA social e video hanno superato TV e siti come prima fonte.

A livello globale il 65% delle persone si informa tramite video-news sui social, con TikTok, YouTube e i podcast ormai imprescindibili per raggiungere il pubblico.

Solo il 40% degli intervistati dichiara di fidarsi ancora dei media tradizionali, mentre cresce l'ansia per la disinformazione attribuita a politici e influencer.

Solo il 18% degli utenti dei paesi più ricchi, e appena il 9% in Italia: serve monetizzare la relazione con il lettore, non solo il contenuto.

Padroneggiando formati brevi e multimediali, investendo in personalità editoriali forti, integrando l'AI in modo trasparente e creando community con contenuti esclusivi.