# Sequel · Consulenza per il media digitale · contenuti integrali > Sequel è la società di consulenza di riferimento per il media digitale: strategia, comunicazione, tecnologia ed esecuzione in un unico sistema di crescita, dai motori di ricerca alle AI, per media, aziende, enti e istituzioni. Questo file raccoglie i contenuti testuali principali di sequel.consulting, pensato per la consultazione da parte di sistemi di intelligenza artificiale. --- # Chi siamo URL: https://sequel.consulting/chi-siamo/ Sequel è la società di consulenza per il media digitale: vent'anni di lavoro con i grandi editori, quattro sedi tra Italia e Spagna, tecnologia proprietaria. --- # Marco Micheli (General Manager, Sequel) URL: https://sequel.consulting/team/marco-micheli/ Marco Micheli, fondatore di Sequel: da oltre vent'anni tra i massimi esperti italiani di visibilità su Google Search, Discover e AI generativa. Speaker a IAB Forum e Web Marketing Festival. Da oltre vent’anni al centro dell’evoluzione digitale: dai primi siti scritti a mano al ridisegno di interi modelli editoriali e di business. Un percorso vissuto dall’interno, non per sentito dire. Oggi è General Manager di Sequel, la divisione di consulenza strategica di WayUp, dove guida le iniziative su strategia, adozione dell’intelligenza artificiale, visibilità su Google Search e sui motori generativi, sviluppo dell’audience e trasformazione digitale, al fianco di editori, testate, aziende e startup. Il suo approccio unisce SEO, GEO e reputazione algoritmica in un unico metodo orientato al risultato: non la visibilità fine a sé stessa, ma la crescita misurabile di chi vive di contenuti e di domanda. La performance e la posizione contano, ma il valore vero sta nel costruire sistemi capaci di anticipare il cambiamento. È speaker ai principali eventi di settore, tra cui IAB Forum e Web Marketing Festival, e firma l’Osservatorio di Sequel, dove analizza come la Ricerca e l’intelligenza artificiale stanno riscrivendo le regole della visibilità. La strategia è essenziale, ma senza esperienza sul campo resta teoria: lui porta entrambe. --- # Servizi URL: https://sequel.consulting/servizi/ ## Consulenza strategica digitale: assessment di business, direzione, risultati URL: https://sequel.consulting/servizi/consulenza-strategica/ L'assessment che guarda i tuoi numeri, non i servizi da venderti. E poi mettiamo a terra. ## Consulenza SEO e GEO: visibili su Google, citati dalle AI URL: https://sequel.consulting/servizi/seo-geo/ Visibile su Google, citato dalle AI: SEO, GEO e reputazione algoritmica. ## Consulenza intelligenza artificiale: integrare l'AI nei processi URL: https://sequel.consulting/servizi/intelligenza-artificiale/ L'AI integrata nei processi: governata, non subita. ## Integrazione tecnologica e piattaforme digitali URL: https://sequel.consulting/servizi/tecnologia/ La tecnologia che fa funzionare la crescita: piattaforme, integrazione, misurazione. ## Content strategy, Google Discover e audience development URL: https://sequel.consulting/servizi/contenuti-audience/ Contenuti fondati sui dati, per pubblici che cambiano. ## Acquisizione clienti e crescita: customer growth URL: https://sequel.consulting/servizi/customer-growth/ Tutto questo serve a una cosa: più clienti. ## Recupero da penalizzazioni e update Google URL: https://sequel.consulting/servizi/recupero-penalizzazioni-google/ Diagnosi del calo (quando, perché, quanto) e piano di recupero, con i segnali di mercato come confronto. ## Consulenza SEO per Google Discover URL: https://sequel.consulting/servizi/consulenza-seo-discover/ Idoneità, lettura dei cali e monitoraggio del feed, guidati dai segnali di mercato del nostro osservatorio. ## Ottimizzazione e-commerce: CRO e vendite dagli agenti AI URL: https://sequel.consulting/servizi/ottimizzazione-ecommerce/ CRO per template, schede prodotto, feed Merchant e prontezza agentica (UCP/ACP). ## Sviluppo connettori MCP: il tuo business dentro gli assistenti AI URL: https://sequel.consulting/servizi/connettori-mcp/ Progettazione, sviluppo e pubblicazione di server MCP: il nostro è pubblico e operativo. ## Reputazione digitale: monitoraggio e costruzione, dal web alle AI URL: https://sequel.consulting/servizi/reputazione-digitale/ Monitoraggio e costruzione della reputazione, sul web e nelle risposte delle AI. ## Gestione campagne Ads: Google, Meta, TikTok e ChatGPT URL: https://sequel.consulting/servizi/gestione-campagne-ads/ Google, Meta, TikTok e ChatGPT: campagne dentro una strategia, mai al posto della strategia. --- # Settori URL: https://sequel.consulting/settori/ ## Consulenza SEO per editori e media digitali URL: https://sequel.consulting/settori/media-editori/ Da vent'anni accanto a chi vive di visibilità. ## Consulenza digitale per aziende e brand URL: https://sequel.consulting/settori/aziende-brand/ Quando il tuo prossimo cliente lo chiede all'AI, tu ci sei? ## Comunicazione digitale per enti e istituzioni URL: https://sequel.consulting/settori/enti-istituzioni/ La risposta ufficiale deve essere la vostra. --- # Prodotti URL: https://sequel.consulting/prodotti/ ## GEO Radar (Misurazione AI) Quanto sei citato dalle AI, misurato ogni giorno. - Share of answer per tema e per engine - Confronto con i concorrenti sulle domande che contano - Evoluzione nel tempo: ogni intervento si vede nei dati ## Osservatorio Top Stories (Insight & report) Chi conquista le notizie su Google, osservato in continuo. - Rilevazioni automatiche più volte al giorno - Classifiche di presenza per testata e per tema - Report pubblici con i trend e le strategie vincenti ## Blockcraft (CMS editoriale) Il CMS che fa crescere il traffico, costruito per l'editoria. - Performance e Core Web Vitals nativi, pensati per Discover - Dati strutturati e leggibilità per Search e AI integrati - Workflow editoriali su misura e pubblicazione veloce --- # Strumenti URL: https://sequel.consulting/strumenti/ ## AI Readiness Assessment: quanto è pronta la tua azienda per l'AI? URL: https://sequel.consulting/strumenti/ai-readiness-assessment/ Test gratuito di AI readiness: misura la maturità della tua organizzazione su 5 pilastri (dati, competenze, strategia, tecnologia, governance) e scopri i tuoi gap. Cos’è l’AI readiness L’AI readiness è la capacità di un’organizzazione di adottare, mettere in produzione e scalare l’intelligenza artificiale. Conta l’insieme: quanto i tuoi dati, le tue persone, la tua strategia, la tua tecnologia e la tua governance lavorano insieme per produrre risultati concreti guidati dall’AI. Non basta comprare hardware o assumere qualche tecnico in più. Un’azienda può avere tecnici eccellenti ma nessuna governance dei dati, oppure una strategia sofisticata senza l’infrastruttura per eseguirla. La vera prontezza richiede che i cinque pilastri crescano in parallelo. Una lacuna in uno solo li frena tutti. Le organizzazioni che misurano la propria maturità per tempo evitano falsi start costosi e accorciano il tempo che separa l’idea dal valore. I 5 pilastri della maturità AI L’assessment valuta la prontezza su cinque dimensioni interdipendenti. La base è nei dati: puliti, strutturati, accessibili e trattati in modo conforme. Vuol dire superare i fogli di calcolo e passare a piattaforme unificate, avere policy di governance chiare e sapere sempre dove i dati vengono elaborati e conservati, anche ai fini del GDPR. Poi ci sono le persone. L’AI richiede più che sviluppatori. Servono chi sa scegliere i modelli, chi li mette in produzione e li monitora, e una leadership capace di articolare una strategia. Le organizzazioni che investono in formazione continua superano regolarmente quelle che puntano solo sulle assunzioni, e l’alfabetizzazione AI è anche un obbligo dell’AI Act. Conta la strategia. Le iniziative senza sponsorship della direzione e senza un legame chiaro con i KPI di business raramente vanno oltre il progetto pilota. Una strategia matura definisce i casi d’uso per valore, fissa obiettivi misurabili e alloca un budget dedicato. C’è poi la tecnologia. I carichi di lavoro AI sono esigenti, l’infrastruttura d’ufficio non basta. Servono capacità di calcolo adeguata, piattaforme API per integrare i servizi AI, automazione intelligente e, soprattutto, l’AI dentro i processi reali, non accanto a essi. Ultima, ma non meno importante, la governance. È gestione del rischio, non un vincolo burocratico: conformità all’AI Act e al GDPR, trasparenza e tracciabilità dei modelli, processi documentati per gli incidenti. Chi ne è privo si espone a rischi normativi, reputazionali e operativi. Perché l’AI readiness conta adesso L’intelligenza artificiale è diventata un’infrastruttura economica, non più una sperimentazione. Il vantaggio competitivo va a chi la governa, non a chi la subisce. Le imprese che adottano l’AI con metodo registrano guadagni di produttività, riduzione dei costi e decisioni più rapide. A questo si aggiunge la dimensione normativa. L’AI Act europeo (Regolamento UE 2024/1689) diventa pienamente applicabile dal 2 agosto 2026, con obblighi di trasparenza per chi usa l’AI e requisiti di alfabetizzazione già in vigore. Per chi opera in Europa la conformità è un requisito competitivo e regolatorio insieme, non un’opzione. Misurare oggi la propria prontezza, e colmare i gap individuati, significa arrivare pronti invece di rincorrere. Come migliorare il tuo punteggio L’approccio più efficace è partire dalla dimensione con il punteggio più basso, di solito è il vincolo che blocca tutte le altre. Sui dati, la prima cosa da fare è un censimento delle fonti seguito dalla migrazione verso una piattaforma unificata. Per le competenze basta identificare una o due persone con attitudine analitica e investire in upskilling strutturato, alzando l’alfabetizzazione AI della leadership. Sulla strategia conta più una roadmap di una pagina con tre casi d’uso ad alto valore che qualsiasi acquisto di strumenti. La tecnologia chiede una strategia di integrazione API-first, prima ancora di attivare i servizi. E sulla governance si parte da un’autovalutazione su AI Act e GDPR, da un processo leggero di revisione dei modelli e da un piano di risposta agli incidenti. È esattamente il lavoro che facciamo con le organizzazioni che vogliono passare dall’entusiasmo per l’AI a risultati misurabili e conformi. ## Google Updates: la cronologia degli aggiornamenti dell'algoritmo URL: https://sequel.consulting/strumenti/google-updates/ La cronologia dei core update, spam update e reviews update di Google: quando inizia ogni aggiornamento, quanto dura e cosa comporta per la visibilità organica. Ogni volta che Google aggiorna il suo algoritmo, la visibilità organica di milioni di siti può cambiare nel giro di poche ore. Sapere quando è iniziato un aggiornamento, quanto è durato e di che tipo è il primo passo per interpretare un movimento di traffico invece di subirlo. Questa cronologia raccoglie tutti gli aggiornamenti dell’algoritmo confermati ufficialmente da Google: core update, spam update, reviews update, helpful content update e gli aggiornamenti dedicati a Discover. Per ognuno trovi la data di inizio del rollout, la durata dichiarata e una spiegazione di cosa comporta per chi vive di contenuti e di ricerca. I core update ridefiniscono su larga scala il modo in cui Google valuta la qualità: producono oscillazioni ampie e trasversali, senza colpire una violazione specifica. Gli spam update agiscono invece sui sistemi anti-abuso e riguardano le pagine che violano le linee guida. Leggere la timeline con questa chiave aiuta a distinguere un calo dovuto all’algoritmo da un problema del proprio sito: è la stessa domanda a cui risponde, in tempo reale, il nostro indice di volatilità della SERP. ## Il tuo sito è agent-ready? URL: https://sequel.consulting/strumenti/agent-ready/ Analizza il tuo sito e scopri quanto è pronto per gli agenti AI: robots.txt, llms.txt, negoziazione Markdown, Link header, dati strutturati. ## Sequel nel tuo assistente AI: consulenza via ChatGPT e Claude URL: https://sequel.consulting/strumenti/agenti/ Sequel è la prima società di consulenza italiana che risponde nel tuo assistente AI: preventivi, controllo del sito e stato degli update Google, su ChatGPT e Claude. Hai bisogno di una consulenza SEO o GEO e usi già ChatGPT o Claude? Non serve compilare moduli né aspettare al telefono. Sequel è la prima società di consulenza italiana che puoi interrogare direttamente dal tuo assistente AI. Colleghi Sequel una volta, poi chiedi a parole ciò che ti serve: l’assistente parla con noi, ti riporta la risposta e chiede conferma prima di inviare qualsiasi dato. Cosa puoi chiedere Puoi chiedere “un preventivo a Sequel” per una consulenza SEO, GEO o AI: l’assistente raccoglie i tuoi dati e ce li invia, e ti rispondiamo via email di norma entro un giorno lavorativo. Oppure chiedi “il mio sito è pronto per le AI?” e ottieni un controllo rapido del tuo sito, con i punti da sistemare per primi. C’è anche chi chiede “c’è un update Google in corso?”, per avere lo stato in tempo reale degli aggiornamenti di ranking confermati da Google. E se ti serve solo un riferimento, puoi chiedere “cosa dice Sequel su [tema]?” per gli approfondimenti del nostro Osservatorio su SEO, GEO, AI Act e media digitale. Su ChatGPT: pronto all’uso 1Apri l'assistente SequelVai su Sequel · SEO, GEO e visibilità AI: si apre in ChatGPT, anche dall'app, senza configurare nulla. 2Chiedi ciò che ti serveScrivi ad esempio: "Il mio sito è pronto per le AI?" oppure "Voglio un preventivo per la visibilità sulle AI". L'assistente fa il resto. Su Claude: il connettore MCP 1Apri i connettoriIn Claude vai su Impostazioni, poi Connettori. 2Aggiungi un connettore personalizzatoTocca "Aggiungi connettore personalizzato" e incolla questo indirizzo (nessuna password): https://api.sequel.consulting/mcp.php 3Chiedi ciò che ti serveIn una chat, scrivi ad esempio: "Chiedi un preventivo a Sequel per un assessment SEO/GEO della mia azienda". Claude ti chiederà conferma prima di inviare. Perché ti conviene Nessun modulo da compilare, nessuna attesa al telefono. La richiesta parte dalla conversazione che stai già facendo, e la risposta arriva dal team Sequel, non da un sistema automatico. È lo stesso percorso che costruiamo per i nostri clienti: essere presenti dove le persone ormai cercano, cioè dentro le AI. Vuoi sapere quanto è pronto il tuo sito a questo scenario? Parti dal controllo agent-ready gratuito oppure scrivici. --- # Osservatorio: articoli integrali --- ## La Piazza 2026: l'AI e il futuro dell'informazione al centro del dibattito URL: https://sequel.consulting/news/la-piazza-2026/ Data: 2026-09-01 Sintesi: Partner della nona edizione de La Piazza a Ceglie Messapica: l'AI nell'agenda del Paese con Lenoci e Sorrenti, e la riflessione di Giorgino sull'informazione. Sequel è stata partner della nona edizione de La Piazza - Il bene comune, la kermesse politico-economica che Affaritaliani.it organizza dal 2018 a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi. Tre giorni, dal 27 al 29 agosto, in cui sul palco si sono alternati ministri, leader politici nazionali e protagonisti dell’imprenditoria italiana, con la conduzione di Francesco Giorgino e del direttore Marco Scotti. Il palco de La Piazza 2026 a Ceglie Messapica, sotto la torre dell'orologio Perché questo appuntamento contava anche per noi Due dei fili che hanno attraversato la tre giorni passano esattamente dal nostro lavoro. Il primo è l’intelligenza artificiale e il posto che deve occupare nell’agenda del Paese. Il secondo è il futuro dell’informazione professionale. A Ceglie Messapica li abbiamo ritrovati entrambi sul palco principale, nello stesso fine settimana. L’AI nell’agenda del Paese: il confronto tra Marco Scotti e Marco Lenoci Sul palco il direttore di Affaritaliani Marco Scotti ha intervistato il nostro CEO Marco Lenoci, alla guida di Evolution Group, il gruppo di cui Sequel fa parte. Il punto di partenza era una questione concreta: l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale, dal cloud ai modelli, è nelle mani di poche grandi aziende. Il panel Il futuro con l'AI, con il direttore Marco Scotti e il nostro CEO Marco Lenoci Lenoci ha portato la prospettiva di chi questa tecnologia l’ha vista nascere da dentro, con cinque anni in Silicon Valley a occuparsi di partnership per i prodotti AI di Google. «Sono preoccupato perché non mi sembra che l’intelligenza artificiale sia al centro del dibattito politico così come dovrebbe essere. È la più grande rivoluzione tecnologica che l’umanità abbia mai visto: a seconda di ciò che ne faremo, potrà essere la migliore innovazione possibile o il peggiore scenario per il futuro del lavoro e delle persone». Le opportunità sono enormi, dal contributo alla lotta al cambiamento climatico alla scoperta di cure per malattie rarissime. Altrettanto concreti sono i rischi, dalla concentrazione della tecnologia in pochi grandi attori globali alla cybersecurity, fino all’impatto sull’occupazione. Da qui il punto politico dell’intervento: servono pianificazione e regole comuni, e la scala giusta è quella europea. «L’Italia, dal punto di vista tecnologico, senza l’Europa non esiste. Dobbiamo essere proattivi nel chiedere all’Europa regole comuni, perché l’AI sia un fattore positivo per tutti». La sponda istituzionale: la sovranità digitale europea a guida italiana La risposta delle istituzioni è arrivata sullo stesso palco. Serafino Sorrenti, Executive Vice President dell’European Digital Infrastructure Consortium, ha raccontato il percorso che ha portato l’Europa ad affidare all’Italia un ruolo guida nella transizione verso la sovranità tecnologica e digitale europea, con la nascita del Digital Commons EDIC su pilastri che vanno dal cloud all’intelligenza artificiale fino alla digitalizzazione della pubblica amministrazione. «Tre anni fa, quando ho candidato l’Italia per questa progettualità, qualcuno mi ha detto: sei pazzo. Oggi l’Europa ha scelto l’Italia come modello». Sorrenti ha rivendicato anche la legge 132 del 2025, che ha fatto dell’Italia il primo Paese europeo a legiferare sull’intelligenza artificiale dopo l’AI Act dell’Unione. Il confronto tra chi chiede regole e chi le sta scrivendo è esattamente quello che un appuntamento come La Piazza può mettere in scena, davanti a chi ha la responsabilità di decidere. La piazza durante una delle serate della kermesse L’era dell’informazione senza giornalismo Il secondo filo lo ha teso Francesco Giorgino, conduttore di questa edizione, con la sua riflessione sull’era dell’informazione senza giornalismo. È un tema che tocca il cuore del lavoro che facciamo ogni giorno con le realtà editoriali italiane: aiutare chi produce informazione con metodo e deontologia a difendere la propria visibilità, nei motori di ricerca e nelle risposte delle AI. Gli abbiamo dedicato un approfondimento nel nostro spazio Dentro l’Algoritmo. Francesco Giorgino, conduttore della nona edizione, intervistato a margine dell'evento Grazie a chi l’ha resa possibile I relatori del panel dedicato all'AI a fine serata Complimenti a Marcello Antelmi, presidente dell’Associazione La Piazza, al direttore Marco Scotti e a tutto il team di Affaritaliani per un’organizzazione impeccabile. Ci vediamo alla decima edizione. --- ## ChatGPT Ads in Italia: come funzionano le campagne e come attivarle in self-service URL: https://sequel.consulting/news/chatgpt-ads-italia-come-funzionano/ Data: 2026-08-20 Sintesi: ChatGPT Ads è attivo in Italia e dal 31 agosto si compra in self-service: formati, prezzi, categorie ammesse, misurazione e cosa si vede dentro Ads Manager. La pubblicità su ChatGPT è attiva in Italia dal 24 agosto, insieme ad altri 30 mercati europei, sei mesi dopo il test avviato negli Stati Uniti il 9 febbraio. E dal 31 agosto si compra anche da soli: OpenAI ha aperto la versione beta self-service di Ads Manager agli inserzionisti dei mercati europei, startup e PMI comprese. Noi l’account lo abbiamo aperto e le prime campagne sono già in piattaforma, quindi oltre a come funziona il sistema secondo la documentazione ufficiale qui trovate anche quello che si vede davvero nel back end. Com’è fatto un annuncio su ChatGPT Gli annunci compaiono alla fine di una risposta, in un box separato ed etichettato come sponsorizzato. Ogni annuncio contiene sei elementi: il nome dell’inserzionista, la favicon con il suo logo, il titolo, il testo di descrizione, la pagina di destinazione e l’immagine. Un annuncio in ChatGPT compare sotto la risposta, con nome dell'inserzionista, favicon, titolo, descrizione e immagine. Fonte: OpenAI Il risultato somiglia a una scheda di prodotto. Sotto una risposta può comparire più di un’unità pubblicitaria, e la stessa unità può contenere più elementi dello stesso inserzionista oppure di inserzionisti diversi. Nelle conversazioni lunghe OpenAI dichiara di tenere conto del contesto complessivo e dell’esperienza d’uso. Due esclusioni da sapere: durante il test gli annunci non compaiono nel browser ChatGPT Atlas, e non compaiono nelle chat temporanee. Come vengono scelti gli annunci, e perché in Italia funziona diversamente Qui c’è il dato che vale la pena isolare, perché riguarda direttamente chi pianifica in Europa e non l’ho visto in nessuna delle cronache di questi giorni. Il sistema seleziona gli annunci per pertinenza e risultati attesi. Pesa il contesto e l’intento della conversazione in corso, la pagina di destinazione, il titolo e il testo dell’annuncio, i suggerimenti di contesto forniti dall’inserzionista e, quando la personalizzazione è attiva, i segnali dell’esperienza più ampia dell’utente. Il punto è che gli annunci personalizzati non sono inizialmente disponibili nello Spazio Economico Europeo e in Svizzera. In Italia, quindi, la selezione si appoggia al contesto della conversazione in corso e a segnali di base come la lingua e l’area geografica generale, senza attingere alle chat passate, alla memoria o alla cronologia pubblicitaria. Chi arriva dal mondo Meta, dove la profilazione è la leva principale, deve ricalibrare le aspettative: qui vince la pertinenza semantica rispetto a quello che la persona sta chiedendo in quel momento. Sui suggerimenti di contesto serve una nota. A livello di gruppo di annunci l’inserzionista può descrivere conversazioni, argomenti o parole chiave per cui i suoi prodotti sono pertinenti, ma OpenAI è esplicita: non sono parole chiave a corrispondenza esatta e non garantiscono la pubblicazione in conversazioni specifiche. Chi arriva da Google Ads aspettandosi il controllo delle corrispondenze deve mettere via quell’abitudine, perché qui si orienta un abbinamento semantico e non stai comprando keyword. Prezzi e modelli di acquisto Gli obiettivi di campagna documentati sono due. CPM, obiettivo Copertura: si ottimizza sulle impression e si paga ogni mille. CPC, obiettivo Clic: si ottimizza sui clic e si paga per ogni clic valido. Nel comunicato dell’espansione europea OpenAI cita anche il costo per clic ottimizzato verso le conversioni (oCPC), introdotto durante i test americani per chi ottimizza su obiettivi di business. L’offerta massima si imposta a livello di gruppo di annunci. Per le campagne a clic OpenAI consiglia di partire con un massimo di 3 a 5 dollari per clic, e Ads Manager indica se l’offerta è competitiva o se rischia di limitare l’erogazione. La selezione avviene con un’asta al secondo prezzo ponderata sulla pertinenza, il che significa che pagare più degli altri non basta se l’annuncio non c’entra con la conversazione. Misurazione e tracciamento I report di Ads Manager Beta includono impression, clic, spesa, tasso di clic, CPC medio, CPM medio e conversioni. La misurazione delle conversioni si configura dentro la piattaforma, ed è possibile collegare un partner di misurazione mobile. L'andamento di impression, conversioni e clic dentro Ads Manager Beta. Fonte: OpenAI C’è anche la strada semplice e sottovalutata: aggiungere parametri di tracciamento statici, tipo le UTM, agli URL di destinazione. Persistono sul clic e permettono di leggere il traffico da ChatGPT Ads dentro gli strumenti di analisi che già usate, senza aspettare integrazioni. Chi vede gli annunci, e chi può decidere di non vederli Gli annunci possono comparire agli utenti dei piani Free e Go. I piani Plus, Pro, Business, Enterprise ed Edu restano senza pubblicità, e non vengono mostrati annunci agli account identificati come appartenenti a persone con meno di 18 anni, sulla base delle informazioni di età dell’account e, dove disponibile, della stima dell’età. C’è però un dettaglio che cambia la stima del pubblico raggiungibile: sul piano gratuito esiste un’opzione senza pubblicità. Chi la attiva rinuncia agli annunci accettando limiti d’uso più bassi e meno funzionalità disponibili, per esempio meno messaggi al giorno e nessun accesso a strumenti come la generazione di immagini. Significa che il pubblico degli annunci non coincide con tutta l’utenza gratuita, e che una parte sceglierà di uscirne. Dove si comprano le campagne, e il nodo delle agenzie Al lancio del 24 agosto l’accesso passava dal team Ads Solutions di OpenAI, dalle agenzie partner e dai partner tecnologici, con le grandi centrali media citate dalla stampa di settore (Publicis, Omnicom, WPP, Havas, Dentsu e MediaPlus). Dal 31 agosto il quadro è cambiato: la versione beta self-service di Ads Manager è aperta agli inserzionisti dei 31 mercati europei, Italia inclusa. Dentro si creano campagne una a una con la procedura guidata oppure in caricamento massivo via CSV, si monitorano impression, clic e spesa con tabelle ed esportazioni, si gestiscono permessi, chiavi API e fatturazione. Resta un prodotto beta in evoluzione, e l’acquisto tramite agenzie e partner rimane comunque possibile. Chi lavora con un’agenzia deve conoscere un vincolo preciso, scritto nero su bianco nella creazione dell’account: l’agenzia non può creare l’account inserzionista al posto del cliente. Deve crearlo il cliente, che poi aggiunge il team dell’agenzia con i relativi permessi. In fase di creazione si scelgono Paese, valuta, fuso orario e tipo di inserzionista, e quelle impostazioni non sono più modificabili in seguito. Sono i dieci minuti in cui conviene non improvvisare. Dentro Ads Manager: cosa si vede impostando una campagna sull’Italia Alcune cose la documentazione non le mostra, si scoprono soltanto aprendo una campagna vera. Ecco cosa abbiamo trovato nelle nostre. La panoramica di Ads Manager: attività dell'account e andamento di spesa, impression, clic e CPC. La panoramica è quella di qualunque piattaforma adv, con spesa, impression, clic e CPC in un’unica vista e i filtri per segmento, campagna e intervallo di date. Il passaggio che non ci aspettavamo così presente è la revisione del brand: ogni account nuovo la attraversa, e finché non si chiude gli annunci possono restare fermi. Chi sta pianificando un lancio con una data precisa deve metterla in conto. Il pannello poi insiste fin dal primo accesso sulla configurazione delle conversioni, e ha ragione lui, perché senza quelle si ottimizza soltanto sul clic. L'impostazione di una campagna con obiettivo Clic in Ads Manager: posizioni geografiche, piattaforme, budget e personalizzazione del testo. La struttura ricorda il Google Ads delle origini. Obiettivo, posizioni geografiche da includere o escludere a livello di Paese, budget totale o giornaliero in euro, poco altro. L’avviso sulla personalizzazione ce lo siamo trovati davanti a ogni passaggio, un banner che ripete che i segmenti di pubblico personalizzati non sono supportati per le campagne rivolte al SEE o alla Svizzera. Quello che abbiamo scritto sopra sulla selezione contestuale, dentro la piattaforma, è scritto nero su bianco. Poi c’è la personalizzazione del testo, un interruttore che arriva acceso. Autorizza l’IA a generare versioni tradotte e personalizzate di titoli e descrizioni dell’annuncio, e l’avvertenza dice che potrebbero essere mostrate senza revisione o approvazione. Un ecommerce generalista può conviverci. Un brand che tiene al controllo del messaggio farebbe bene a valutare lo spegnimento prima di pubblicare. Il gruppo di annunci: offerta CPC massima con indicatore di competitività e parametri di query per la pagina di destinazione. Sul gruppo di annunci si imposta l’offerta CPC massima e la piattaforma dice subito se è competitiva. Qui è arrivata la sorpresa: sull’Italia lo diventa già sotto la soglia dei 3–5 dollari per clic che OpenAI indica come punto di partenza. L’asta è poco affollata. Chi entra adesso paga il clic meno di chi arriverà quando i budget si sposteranno, una finestra che sui canali maturi non si vede più da anni. In fondo alla schermata ci sono i parametri di query della pagina di destinazione, con i template {campaign_id}, {ad_group_id}, {ad_id} e {ad_account_id}. Sono la versione nativa delle UTM di cui parlavamo sopra, e portano in analytics la granularità di campagna senza aspettare integrazioni. Chi può comprare: le categorie ammesse L’apertura self-service non vale per tutti. In questa fase OpenAI ammette soprattutto settori consumer, quindi lifestyle e articoli per la casa, servizi locali, viaggi ed esperienze, prodotti digitali e formazione. Servizi finanziari, sanità e servizi legali entrano solo dopo un’approvazione manuale, esaminata caso per caso. Tutto il resto al momento è vietato. L’elenco potrà allargarsi col tempo, come già successo negli Stati Uniti. Chi ha cataloghi misti farebbe bene a leggersi due volte le policy, perché si applicano a tutti gli elementi dell’annuncio, pagina di destinazione compresa. La creatività approvata non può rimandare a una landing con contenuti non consentiti, e l’esempio che fa OpenAI è un annuncio di consegna di cibo che atterra su un servizio di consegna di alcolici. Privacy, controlli e sicurezza del brand OpenAI dichiara di non condividere le conversazioni con gli inserzionisti e di non vendere i dati degli utenti. Chi compra pubblicità non accede a chat, cronologia, memorie o dettagli personali, e riceve soltanto dati aggregati e non identificativi come il totale di visualizzazioni e clic. Se un utente scrive all’inserzionista attraverso un annuncio, quello vede solo i messaggi che gli vengono inviati direttamente. Il pannello che spiega perché un annuncio è comparso, cosa viene condiviso con l'inserzionista e come passare all'esperienza senza pubblicità. Fonte: OpenAI Dal lato utente i controlli sono espliciti. Si può disattivare la personalizzazione, nascondere un annuncio dando un riscontro, capire perché è comparso, cancellare i dati usati per la pubblicità, che vengono rimossi entro trenta giorni. Disattivarla però lascia gli annunci al loro posto, cambia soltanto il criterio con cui vengono scelti. Sulla sicurezza del brand la posizione dichiarata è netta. Gli annunci non sono ammessi accanto ad argomenti sensibili o regolamentati, compresi salute personale, salute mentale e politica, e la pubblicità politica non è consentita. Alcuni settori regolamentati, come sanità e servizi finanziari, possono fare pubblicità solo se rispettano criteri di idoneità stringenti. Il 20% che dimensiona l’opportunità C’è un numero diffuso da OpenAI dopo i primi mesi di test che merita attenzione: il 20% delle conversazioni mostra un intento commerciale chiaro. Insieme a questo, decine di migliaia di inserzionisti già attivi, un costo per acquisizione sceso di circa il 60% in sei settimane e un CPM in calo del 20%. Tra i primi inserzionisti dichiarati da OpenAI ci sono Newegg, Best Buy, Lowe’s e VistaPrint. È il segno che gli utenti stanno usando le piattaforme AI anche per domande transazionali, orientate all’acquisto. Un quinto delle conversazioni, su una base di centinaia di milioni di utenti, è un mercato nuovo in fase di apprendimento rapido, dove ci sarà una fase fisiologica di assestamento dei costi. Il 31 agosto è arrivato un altro numero: ChatGPT Ads ha superato il miliardo di dollari di ricavi ricorrenti annuali, a meno di 200 giorni dal lancio del pilota. I budget si stanno già muovendo. Per chi vende online è un’opportunità concreta, e questo touch point è tra i primi da presidiare. Cosa fare nelle prossime settimane Misurare la presenza organica, prima di parlare di budget. È il lavoro che facciamo ogni giorno con il nostro osservatorio: rilevare su quali domande il marchio viene menzionato e citato dagli assistenti, con quale frequenza, con quali fonti attorno e in che posizione rispetto ai concorrenti diretti. Le rilevazioni girano a cicli ripetuti, perché una singola interrogazione fatta un martedì mattina è un aneddoto. Quel quadro serve a tarare target e budget quando le campagne partono, e a evitare l’errore più costoso, cioè comprare spazio sotto una risposta che raccomanda un concorrente. Sulle citazioni negli assistenti la misura arriva da GEO Radar. Preparare le creatività. Riadattare quelle che girano su Facebook o su Google è la strada più rapida per sprecare budget. Qui il testo disponibile è poco e lo spazio è piccolo, quindi titolo, descrizione, immagine e favicon vanno pensati per questo formato: chi le ottimizza per come l’annuncio comparirà davvero parte con un vantaggio su chi le eredita da un altro canale. Scrivere i suggerimenti di contesto come si scrive un brief, non come una lista di keyword. Senza personalizzazione, in Europa, la pertinenza rispetto alla conversazione è la leva principale: descrivere bene gli argomenti per cui il prodotto è utile conta più di qualunque elenco di parole chiave. Inserire le campagne dentro una strategia, non al posto della strategia. Vale la stessa regola di Google Ads: se accendi il budget senza aver fatto un lavoro di posizionamento, nel momento in cui lo spegni scompari. Su ChatGPT funziona nello stesso modo, con una differenza che vale la pena ricordare: lo spazio sponsorizzato sta sotto la risposta, mentre dentro la risposta si entra per autorevolezza e citazioni. Come sempre queste funzionalità le testiamo per primi, sui nostri progetti e su quelli dei clienti che vogliono capire prima degli altri come si comporta questo nuovo canale: l’account è attivo e le prime campagne sono in piattaforma. Nelle prossime settimane pubblicheremo qui i primi dati che raccoglieremo. Su una cosa però resta valida la logica che applichiamo a tutti i nostri progetti. ChatGPT Ads è uno strumento nuovo e la direzione che il mercato sta prendendo dice che va testato, misurato e applicato dove serve. La panacea di tutti i problemi non esiste, né qui né sugli altri canali. Una tattica isolata conta poco se nessuno la colloca dentro una strategia più ampia, e serve una regia unica che guidi tutte le leve: quando i canali corrono su strade parallele si disperdono budget ed energie, e i risultati attesi restano fuori portata. --- ## Miglior consulente SEO: l'osservatorio sulla SERP italiana URL: https://sequel.consulting/news/osservatorio-serp-miglior-consulente-seo/ Data: 2026-08-04 Sintesi: Osservatorio continuo sulla SERP miglior consulente SEO: chi la occupa, con quale autorevolezza reale e cosa rispondono le AI. Noi misuriamo, senza partecipare. C’è una ricerca su Google in cui chi compete ha in mano gli strumenti per costruirsi la risposta: “miglior consulente SEO”. Chi si posiziona lì è, per mestiere, la persona più attrezzata al mondo per posizionarcisi, e ne esce una SERP unica nel suo genere, una classifica che non misura chi è il migliore ma chi è più bravo a dirselo. Abbiamo iniziato a monitorarla in modo continuativo per capire chi la occupa, con che tipo di pagine, con quale autorevolezza reale e cosa rispondono le AI alle stesse domande. E anticipiamo il finale: quando le AI rispondono senza cercare sul web, questa classifica scompare. Prima di cominciare, una premessa doverosa. Sequel è esclusa dalla rilevazione per costruzione, perché il nostro ruolo qui è misurare, non partecipare. Osservatorio SERP · Italia Miglior consulente SEO Chi occupa i primi 10 risultati di Google su diverse varianti della ricerca. Sequel è esclusa dalla rilevazione per costruzione.Rilevazione durante un rollout Google (September 2026 spam update): i movimenti di questa settimana sono meno stabili del consueto. 01 fabioantichi.it Pagina promozionale su 4 query di 4 2pos. media = 2/3cit. AI 02 gabrielepantaleo.it Classifica autoprodotta su 4 query di 4 2pos. media = 2/3cit. AI 03 up-seo.it Classifica autoprodotta su 4 query di 4 2.4pos. media = 0/3cit. AI 04 raffaeleconte.com Classifica autoprodotta su 3 query di 4 4.8pos. media ↑ 0.9 0/3cit. AI 05 dinorank.com Classifica autoprodotta su 3 query di 4 6pos. media = 0/3cit. AI 06 seogarden.net Classifica autoprodotta su 3 query di 4 8.2pos. media ↓ 1.5 0/3cit. AI 07 addlance.com Elenco di fornitori su 2 query di 4 1.8pos. media nuovo 0/3cit. AI 08 bariquotidiano.it Altro su 2 query di 4 6.2pos. media nuovo 0/3cit. AI 09 sortlist.it Altro su 2 query di 4 6.3pos. media = 0/3cit. AI 10 valentinomea.it Pagina promozionale su 2 query di 4 7pos. media = 0/3cit. AI Radar Ultima rilevazione: 28 settembre 2026 Anatomia della SERP: chi sono i primi 10 Altro 2 Classifica autoprodotta 5 Elenco di fornitori 1 Pagina promozionale 2 Classificazione della pagina che si posiziona, non del sito. Le classifiche scritte in casa sono liste dei migliori consulenti pubblicate da un consulente che vi include se stesso. Cosa spinge questa SERP Autorevolezza dominio Link alla pagina Anchor commerciali Presidio delle varianti Presenza nelle AI Profilo relativo dei fattori su scale normalizzate: mostra cosa pesa di più in questa SERP, non valori assoluti. 3/10 citati con ricerca web attiva 0/10 citati senza ricerca web Le stesse domande poste a ChatGPT, Claude e Gemini. Con la navigazione attiva gli assistenti recuperano parte della SERP; interrogati sulla loro sola conoscenza, i posizionati quasi scompaiono. Citazioni GEO per assistente ChatGPT 2/10 con ricerca web 0/10 senza ricerca web Claude 1/10 con ricerca web 0/10 senza ricerca web Gemini 2/10 con ricerca web 0/10 senza ricerca web Come leggere questi numeri Ogni giorno rileviamo i primi dieci risultati organici di Google Italia su diverse varianti della ricerca, sempre con gli stessi parametri, e quello che pubblichiamo è l’aggregato, cioè la posizione media di ciascun sito e quante varianti presidia. I movimenti compariranno settimana dopo settimana, e li mostreremo solo quando superano il rumore naturale delle oscillazioni. Nei giorni in cui Google dichiara un core update in corso, lo segnaliamo. E c’è una cosa che chi lavora su questi dati impara in fretta: le risposte generate dalle AI cambiano perfino riformulando leggermente la stessa domanda. Una fotografia singola vale poco, per questo rileviamo ogni giorno e leggiamo le tendenze sulla serie, non sulla singola rilevazione. Come funziona questo mondo Per chi non è del settore, posizionarsi su una ricerca come questa richiede un lavoro tecnico che gli addetti ai lavori conoscono bene, fatto di contenuti pensati per la query e di segnali di autorevolezza costruiti nel tempo. È un lavoro vero, che chi lo sa fare dimostra proprio posizionandosi. Il punto quindi non è se funzioni, ma cosa dimostra, perché la classifica premia la capacità di posizionarsi, che è una parte del mestiere, e non dice nulla sulla qualità della consulenza che riceverai. Vale una premessa di metodo che ripeteremo spesso: qui non si giudicano i singoli, si descrive un sistema di incentivi che il settore conosce bene e che i dati permettono finalmente di misurare. Basta guardare l’anatomia della classifica per capire di che mondo parliamo. Ci convivono due specie di pagine: le classifiche dei migliori consulenti, scritte da un consulente che compare in cima alla propria lista o ricondivise sui social, e le pagine promozionali. Le nostre rilevazioni fotografano un pattern ricorrente, difficile da scambiare per una casualità. Queste pagine raramente si posizionano per il valore di ciò che c’è scritto. A spingerle è quasi sempre una costruzione fatta nel tempo: domini su cui è stata costruita autorevolezza, siti ottimizzati dal punto di vista delle performance e backlink distribuiti in modo troppo ordinato per nascere da citazioni spontanee. Sono livelli diversi che convergono verso lo stesso risultato in classifica, e letti insieme dicono molto più di quanto dica ciascuno da solo. I numeri aggregati, aggiornati a ogni rilevazione, sono questi: 12.5%Anchor text a match esatto sul totale dei link 1Referring domain per pagina (mediana della top 10) 60.5Referring domain per dominio (mediana della top 10) 18.5Trust Flow medio dei domini in classifica 57.8%Anchor branded sui link ai domini (mediana) Profilo link delle pagine in top 10, indice Majestic Fresh, aggiornamento trimestrale. Rilevazione del 28 settembre 2026. Fonti di link condivise nella top 10 Una stessa fonte esterna compare nei profili link di 9 siti su 10 9/10 3 fonti esterne compaiono ciascuna nei profili link di 5 siti su 10 5/10 15 fonti esterne compaiono ciascuna nei profili link di 4 siti su 10 4/10 22 fonti esterne compaiono ciascuna nei profili link di 3 siti su 10 3/10 Referring domain dei domini in classifica, indice Majestic Fresh, directory generaliste escluse. Dato aggregato: nessuna fonte e nessun sito viene indicato singolarmente. Piu' profili condividono le stesse fonti esterne, meno i profili link raccontano citazioni indipendenti. Tra questi numeri, quello che pesa di più è il segnale delle fonti condivise: le stesse sorgenti esterne ricorrono nei profili di più siti in classifica contemporaneamente. Più i profili si appoggiano alle stesse fonti, meno quei link raccontano un’autorevolezza indipendente. Com’è composta la SERP La pagina dei risultati non è fatta solo di posizioni organiche. Sulle varianti di questa ricerca compaiono, a seconda dei giorni, la risposta AI di Google, il local pack con la mappa, le domande degli utenti e gli annunci. Li misuriamo a ogni rilevazione, perché raccontano quanta attenzione resta davvero ai dieci link blu. Com'è composta questa SERP Risposta AI (AI Overview) 3 su 4 Local pack con mappa 0 su 4 Domande degli utenti (People Also Ask) 4 su 4 Annunci a pagamento 0 su 4 Video 1 su 4 Su quante varianti della ricerca compare ciascun blocco. Gli annunci cambiano con l'ora e il profilo di chi cerca: presenza indicativa. Ultima rilevazione: 28 settembre 2026. Il blocco che pesa di più è la risposta AI, che su questa famiglia di ricerche compare sulla maggior parte delle varianti. È la conferma sul campo di quanto scritto più sopra, le domande accendono le risposte generate, e significa che chi presidia questa classifica oggi compete anche con la risposta che Google scrive da sola. Che vantaggi dà essere tra i migliori consulenti SEO in questa classifica? Su questo posso portare un’esperienza diretta. Per dodici anni ho lavorato come libero professionista e in classifiche come questa ci sono entrato anche io, su ricerche come “web agency Roma” o “migliore web agency Roma”. Le chiamiamo vanity keyword e il nome è onesto, ma sarebbe superficiale liquidarle. Arrivare primi su una ricerca che il cliente stesso può ripetere davanti a te è una forma di prova sociale che in fase di trattativa fa sempre scena, genera contatti ed è una vetrina reale. I numeri di questa pagina spiegano anche perché il gioco sia così affollato, visto che il costo d’ingresso, misurato in autorevolezza da guadagnare, è tra i più bassi che si possano osservare su una query commerciale. Poi però bisogna chiedersi anche cosa porta realmente alla chiusura di un contratto. Il cliente che cerca un partner per un progetto di valore non si limita a fare la domanda su Google: chiede in giro, incrocia le referenze, va a vedere i risultati su casi simili al suo, ascolta come ne parla il settore. Nella mia esperienza la quota di fatturato arrivata dalle vanity keyword è sempre rimasta minoritaria, perché chi ti trova in una classifica ti confronta con la classifica, mentre chi arriva da una referenza ha già deciso metà della trattativa prima di chiamarti. La differenza la fa quello che chiamiamo brand, la somma delle prove che un mercato accumula su di te nel tempo, la presenza nei luoghi dove le decisioni si formano, sul web e ormai nelle risposte delle AI, ma anche nelle relazioni professionali, negli eventi dove porti dati e non slogan, nei risultati che i clienti raccontano ad altri clienti. Un profilo link si mette insieme in qualche settimana, e i dati qui sopra lo dimostrano. Diventare un brand richiede anni, e le tracce che hai seminato in rete, il tuo reale knowledge graph, è il tuo vero asset, quello che pesa davvero sugli LLM. Cosa rispondono le AI alla stessa domanda? Uno studio della Washington University su oltre 55.000 ricerche ha misurato che le risposte AI di Google si accendono su circa una ricerca su otto, ma quando la ricerca è formulata come una domanda la quota supera il 64%. “Chi è il miglior consulente SEO” è esattamente una di quelle domande, e per questo osserviamo le due arene insieme, la classifica dei risultati e le risposte generate. Abbiamo posto le stesse domande a ChatGPT, Claude e Gemini, nelle due condizioni in cui un utente può incontrarli. Con la navigazione attiva, che è l’esperienza tipica di chi usa questi strumenti oggi, una parte dei siti in classifica viene citata, perché l’assistente consulta il web e ritrova in parte la stessa SERP che stiamo osservando. Quanti e quali, lo dice la card qui sotto, aggiornata a ogni rilevazione. Poi abbiamo rifatto le stesse domande chiedendo ai modelli di rispondere sulla loro sola conoscenza, senza cercare nulla, e la classifica è quasi scomparsa. Nessuno dei dieci viene citato. Al loro posto compaiono le figure riconosciute della community SEO italiana, con anni di contenuti, conferenze e riconoscimento tra pari alle spalle. La classifica delle citazioni è qui sotto. La classifica secondo le AI Le stesse dieci entità della SERP, ordinate per quanti assistenti le citano con la ricerca web attiva. Accanto, la posizione nella classifica Google. fabioantichi.it Google #1 2/3 gabrielepantaleo.it Google #2 2/3 up-seo.it Google #3 0/3 raffaeleconte.com Google #4 0/3 dinorank.com Google #5 0/3 seogarden.net Google #6 0/3 addlance.com Google #7 0/3 bariquotidiano.it Google #8 0/3 sortlist.it Google #9 0/3 valentinomea.it Google #10 0/3 Rilevazione su ChatGPT, Claude e Gemini con navigazione attiva, stesse domande del monitoraggio SERP. Senza navigazione nessuna delle dieci entità viene citata. Chi citano le AI quando rispondono a memoria I nomi che gli assistenti fanno alle stesse domande, interrogati senza ricerca web, ordinati per quanti assistenti li citano. Giorgio Taverniti 5 menzioni 2/3 Francesco Margherita 5 menzioni 2/3 Marco Ronco 3 menzioni 2/3 Gianluca Fiorelli 4 menzioni 1/3 Marco Maltraversi 3 menzioni 1/3 Mariachiara Marsella 3 menzioni 1/3 Citazioni testuali degli assistenti, riportate come dato osservato: non una classifica di merito né una valutazione di Sequel. I modelli possono citare nomi in modo impreciso o datato. La distanza tra quei due numeri è il dato più interessante di questa pagina. Finché l’assistente naviga, chi presidia Google conserva una rendita di posizione. La conoscenza consolidata dei modelli, quella che emerge quando non c’è una ricerca ad appoggiarli, premia invece una reputazione costruita nel tempo. Sono due mondi che si stanno riequilibrando, e l’osservatorio misurerà in che direzione. Le AI seguono il ranking di Google? È la domanda che gli addetti ai lavori si fanno da mesi, e sul mercato italiano una prima risposta c’è: la correlazione si vede, perché i siti citati dalle AI occupano stabilmente posizioni medie più alte di quelli ignorati, un divario che misuriamo a ogni rilevazione. Stare in alto aumenta la probabilità di essere ripescati, anche se non la garantisce. Sarà una delle metriche che seguiremo nel tempo, perché racconta quanto della visibilità nelle AI sia oggi, semplicemente, visibilità su Google al secondo grado. I nostri stessi confronti tra classifica e risposte generate mostrano però quanto questa rendita sia fragile: motori diversi pescano da insiemi di fonti in gran parte separati, e una parte delle fonti citate dalle AI in prima pagina non c’è proprio. Posizionarsi bene e venire citati restano due partite diverse, e vanno misurate separatamente. Cosa raccontano i dati Questa classifica misura il presidio, la costanza e la tecnica di chi ci sta dentro, informazioni utili purché lette per quello che sono. Se state scegliendo un partner, chiedere a Google “chi è il migliore” vi restituisce esattamente questa classifica, quella che avete appena visto. La domanda che aiuta davvero è un’altra, ed è specifica: il migliore per il vostro settore e per il vostro problema. Per il mondo dei media, per esempio, i criteri che contano li abbiamo raccolti in una guida sui migliori consulenti SEO per editori, dove si parla di Discover, Google News e monetizzazione del traffico. L’osservatorio continuerà a misurare, settimana dopo settimana, chi sale, chi scende, cosa cambia quando Google aggiorna i suoi sistemi e quanto la distanza tra la SERP e le risposte delle AI si allarga o si chiude. I dati faranno il resto. Fonti richiamate nel testo: Xu, Iqbal e Montgomery, “Measuring Google AI Overviews”, Washington University, 2026; Grossman e altri, “How Generative AI Disrupts Search”, ACM SIGIR, 2026. --- ## Crollo del traffico da Google Discover: perché succede e come si recupera URL: https://sequel.consulting/news/crollo-traffico-google-discover-come-si-recupera/ Data: 2026-07-31 Sintesi: Il crollo del traffico da Google Discover è tra i cali più frequenti e più fraintesi. Perché avviene, cosa è cambiato nel 2026, e perché il recupero non è una ricetta ma un metodo. Con i casi reali che abbiamo seguito. Il crollo del traffico da Google Discover è una delle cose che ci vengono chieste più spesso. I forum e i blog di Google ne sono pieni, e le risposte che si trovano sono quasi sempre le stesse, immagini grandi, E-E-A-T e costanza di pubblicazione, consigli spesso corretti e altrettanto spesso generici. La verità, quando si parla di Discover, è che uno più uno non fa mai due. Nella maggior parte dei casi il traffico da Discover si recupera. Le tecniche SEO da sole però non bastano, perché il crollo nasce quasi sempre altrove, e si torna a crescere solo capendo davvero perché è successo. Cos’è Discover, e perché nel 2026 è cambiato Discover e la ricerca sono due mondi diversi. Nella ricerca l’utente fa una domanda e Google prova a rispondere, con parole chiave, intento e una logica che la SEO conosce bene. Discover funziona all’opposto, perché è un feed che anticipa gli interessi della persona prima ancora che questa cerchi qualcosa. Al posto della query c’è un’abitudine, e le abitudini seguono regole diverse. Negli ultimi mesi, con gli aggiornamenti tra gennaio e febbraio 2026, questa natura si è accentuata. Il modello di raccomandazione somiglia sempre di più a quello di un social network, con meno segnali da SEO tradizionale e molto più peso all’intrattenimento, alle abitudini di consumo, al modo in cui le persone reagiscono ai contenuti nel tempo. In pratica, per stare su Discover non basta più ottimizzare una pagina, bisogna conoscere il proprio pubblico, le sue abitudini e il modo in cui consuma i contenuti, ed è la ragione per cui i tecnicismi della SEO classica qui contano meno di quanto si creda. Su Discover serve una SEO editoriale, un mestiere diverso da quello della SEO generalista. Le nostre rilevazioni quotidiane confermano questa direzione. Il feed premia l’engagement vero e proprio, che gli utenti dimostrano anche con azioni esplicite come il pulsante Segui o il like sui contenuti, così come penalizza quando un lettore decide esplicitamente di bloccare o evitare una fonte. Agosto 2026: sarà il lettore a dire cosa vuole nel feed Il 21 agosto Google ha annunciato quello che somiglia all’ultimo tassello di questa transizione, e vale la pena fermarsi perché cambia il modo in cui un editore entra nel feed. Nei prossimi giorni, dall’app Google, l’utente potrà scrivere con parole sue cosa vuole trovare più spesso in Discover e cosa preferisce vedere meno. Si accede dal menu con i tre puntini accanto ai contenuti e si apre un’interfaccia simile a una chat, dove la richiesta può essere molto specifica: gli esempi mostrati da Google vanno da idee per ristrutturare la cucina limitate alle soluzioni sostenibili a video sui viaggi del fine settimana senza contenuti dedicati al campeggio. Il nuovo ingresso alla personalizzazione del feed: l'utente aggiunge argomenti con parole proprie. Fonte: Google L’AI interpreta la richiesta e restituisce un riepilogo di quello che ha capito, indicando quali tipi di contenuti verranno privilegiati. Se il risultato non convince si aggiungono altre indicazioni prima di applicare le modifiche, poi il comando di aggiornamento rende effettive le preferenze, che restano memorizzate e continuano a influenzare quello che l’utente vede anche dopo. La richiesta si scrive in linguaggio naturale e si può rivedere prima di confermare. Fonte: Google Educare il lettore a scegliervi Nello stesso annuncio c’è un messaggio agli editori che va oltre la singola funzione. Google suggerisce di inserire nelle proprie pagine un pulsante interattivo, cioè di chiedere al lettore un gesto deliberato: premendolo indica quel sito come fonte che vuole ritrovare, senza lasciare l’articolo che sta leggendo, e da quel momento i contenuti di quella fonte possono comparire con più frequenza in Top Stories, negli AI Overviews e in AI Mode. Sono due azioni diverse e conviene tenerle distinte. Indicare una fonte preferita agisce su Search, sulle Top Stories e sulle risposte generative, mentre sul feed di Discover l’azione esplicita del lettore è il Follow. Il filo che le unisce è lo stesso: l’utente dichiara chi vuole leggere, e l’editore deve mettersi nella posizione di poterglielo chiedere. Qui c’è il cambio di mestiere. Per anni il lavoro è stato rendere un contenuto attraente per un algoritmo, e adesso si aggiunge il compito di far compiere al lettore una scelta consapevole. Chi lavora con noi su Blockcraft questo pezzo lo ha già: nel nostro CMS editoriale abbiamo previsto da tempo i pulsanti per farsi indicare come fonte preferita e per farsi seguire su Discover, perché la direzione era leggibile mesi prima che finisse nelle linee guida di Google. Che quei gesti contino davvero lo dice il numero diffuso da Google: gli utenti hanno già selezionato oltre 600.000 fonti uniche. La documentazione per integrare il pulsante è pubblica, quindi per chi parte adesso è un intervento di sviluppo breve, con un ritorno che si accumula nel tempo. L’altra novità importante riguarda i briefing audio di Google News su Android: l’utente potrà scegliere gli argomenti del proprio riepilogo quotidiano, con le fonti indicate e i collegamenti agli articoli completi. Il rilascio della personalizzazione di Discover parte nei prossimi giorni e Google non ha dettagliato i Paesi e le lingue della prima fase. Cosa significa per chi ha perso traffico Guardando la sequenza degli ultimi mesi la direzione è leggibile: prima le interazioni con i contenuti, poi il pulsante Segui, poi le sorgenti preferite su Google News, adesso la possibilità di dichiarare i propri interessi a parole. Discover sta diventando sempre meno un posto dove intercettare un algoritmo e sempre più un posto dove essere scelti da un lettore. Sul piano tecnico cambia molto, mentre sul piano strategico conferma quello che ripetiamo da tempo agli editori con cui lavoriamo: il traffico non può essere l’unica misura del valore di un progetto editoriale. Se milioni di visite arrivano perché un algoritmo ha distribuito un contenuto, e quasi nessuno di quei lettori saprebbe dire chi lo ha pubblicato, il problema esiste già prima del calo. Diventa più grande quando il modello di business dipende quasi solo da quel canale. C’è una domanda che da oggi vale come metrica: se domani mattina Google chiedesse ai vostri lettori quali testate vogliono vedere nel proprio feed, quanti scriverebbero il vostro nome? Discover cambia di continuo, per questo lo misuriamo Questa è anche la ragione per cui abbiamo costruito un nostro osservatorio. Discover si muove con una frequenza che la ricerca non conosce, e quello che funziona oggi può non valere più tra due settimane. Misurarlo ogni giorno è l’unico modo per distinguere un’oscillazione fisiologica da un problema vero, e per non rincorrere a vuoto. Le nostre rilevazioni mostrano infatti scossoni regolari anche quando non ci sono update dichiarati sulla pagina ufficiale di Google, ed è ormai fisiologico: il feed di Discover autoapprende di continuo, e questo porta ad aggiornamenti costanti. E non guardiamo solo l’Italia. Osserviamo di continuo i mercati internazionali, a partire da quello americano che sui fenomeni Discover e sulla ricerca AI è spesso avanti di mesi, e confrontare quello che accade altrove con quello che accade qui ci dà una visione proiettata in avanti, quella che ci fa vedere arrivare le onde prima che tocchino i siti italiani. Osservatorio Sequel · lo stato di Discover ora —/10 Osservatorio Sequel Sequel Index Volatilità in tempo reale del traffico Google Discover dal nostro osservatorio. Dato live dal nostro osservatorio: quanto si sta muovendo il feed Discover in questo momento. Valore alto, turbolenza di mercato; valore basso mentre il tuo traffico cala, la causa è probabilmente sul tuo sito. Se l’indicatore è alto, il mercato è in turbolenza e molti siti oscillano insieme, quindi con ogni probabilità non sei solo. Se invece è basso mentre il tuo traffico cala, il segnale è chiaro, perché la causa sta quasi certamente dentro casa tua e va cercata nello storico del sito. Perché un crollo non sta quasi mai dove lo cerchi Quando il traffico crolla, il primo istinto è cercare la causa nei contenuti o nei tecnicismi. Le linee guida ufficiali suggeriscono immagini da almeno 1200 pixel di larghezza e altri parametri tecnici da soddisfare, ma concentrarsi solo su questo è il modo più veloce per continuare a non capire dove può stare realmente il problema. Per questo i controlli della nostra consulenza su Google Discover non si limitano alla verifica dei parametri tecnici. Su ogni sito conduciamo un assessment completo, dagli aspetti tecnici alle strategie editoriali fino alla quotidianità con cui la redazione lavora, perché nella maggior parte dei casi che abbiamo seguito le ragioni di un crollo stanno proprio lì, nel modo in cui la piattaforma ha imparato a percepire il sito nel tempo. Discover non giudica la singola pagina, giudica la fonte, e la fiducia in una fonte si costruisce o si perde nel tempo, non da un giorno all’altro. Questo perché il percorso di un contenuto dentro Discover passa da più fasi: prima l’idoneità, poi l’accesso al feed, poi gli eventuali picchi di distribuzione, e ogni fase ha i suoi requisiti. Capire perché alcuni contenuti funzionano e altri no è la base di tutto, e la risposta può stare nel contenuto stesso, nel formato, o in quello che il mercato intorno sta determinando. È anche la ragione per cui il clickbait ha vita breve. I picchi costruiti su titoli virali generano un impatto forte e immediato ma poco solido, perché il feed smette di fidarsi di quel genere di contenuti, che finisce per lavorare contro il sistema che avrebbe dovuto premiarlo. Questo cambia il tipo di lavoro necessario, perché serve capire dove e perché il sito ha smesso di essere rilevante, e questo si fa incrociando segnali che la SEO tradizionale spesso non identifica. Il lavoro diventa poi un metodo che la redazione consolida nel tempo, fatto di strumenti per monitorare ciò che accade giorno per giorno e della capacità di leggere quei dati prima che il calo diventi un crollo. Le analisi devono tenere insieme più piani, quello tecnico, quello editoriale e un contesto di mercato che ormai conosciamo bene. E una parte del lavoro è trasmettere alle redazioni la sensibilità di capire cosa sta succedendo e perché. Quando la redazione inizia a lavorare in quella direzione, i blocchi tecnici vengono individuati e le best practice diventano abitudine, il risultato si vede. Un sito che si sblocca su Discover: individuati i blocchi tecnici, la redazione applica le best practice e il feed riapre la distribuzione. Cosa succede senza metodo, e cosa succede con Un sito che generava milioni di visite da Discover e che, senza un presidio del metodo, è collassato fino quasi ad azzerarsi. Il primo grafico racconta la storia che vediamo più spesso, quella di un sito che faceva numeri importanti su Discover e che, quando smette di soddisfare i requisiti della piattaforma senza accorgersene, collassa. A farlo cadere è quasi sempre un’erosione lenta che nessuno stava misurando, più che un errore singolo. Un sito su cui siamo intervenuti sulla parte tecnica e sulla strategia editoriale, accompagnando la redazione con supporto e formazione. Il traffico riprende e si stabilizza. Il secondo è il risultato di un sito su cui siamo intervenuti su più fronti, da un lato sulla parte tecnica e dall’altro sulla strategia editoriale, accompagnando la redazione con supporto e formazione. Il traffico torna a crescere e, soprattutto, a tenere. La tecnologia conta, per questo abbiamo costruito Blockcraft Una parte della resilienza su Discover si gioca sulle fondamenta tecniche, dalla velocità alla stabilità, dai Core Web Vitals al modo in cui le immagini e i formati vengono serviti. Sono i segnali che la piattaforma legge per decidere se un’esperienza merita di essere spinta, ed è uno dei motivi per cui abbiamo sviluppato Blockcraft, il nostro CMS, pensato perché ogni contenuto parta già con un vantaggio tecnico invece di doverlo rincorrere dopo. L’editoria resta il cuore del lavoro, ma un contenuto eccellente su fondamenta lente parte azzoppato e recupera raramente lo svantaggio. La buona notizia è che si recupera, con pazienza e metodo Se uno più uno non fa due, la conseguenza è anche positiva, perché un crollo potrebbe non essere una condanna. Serve però pazienza e disciplina, perché come un crollo non nasce quasi mai da un singolo articolo, è altrettanto vero che un recupero non si costruisce da un giorno all’altro, e si lavora prima di tutto per diventare resilienti. Abbiamo seguito molti recuperi da drop di Discover e il filo che li unisce è sempre lo stesso, un metodo chiaro e la costanza di applicarlo, perché senza aver capito la causa reale si rischia di lavorare per settimane nella direzione sbagliata. La chiave che accende e spegne il traffico non esiste, mentre esiste la capacità di leggere il mercato oltre al proprio grafico, di individuare la causa reale nello storico del sito e di costruire nel tempo le condizioni perché la piattaforma torni a fidarsi. Serve un metodo e serve tempo, e su entrambi, quando conta, ci siamo. --- ## Mondiali 2026, chi ha vinto le Top Stories: il report completo URL: https://sequel.consulting/news/mondiali-2026-top-stories/ Data: 2026-07-20 Sintesi: Sei settimane di rilevazioni sulle Top Stories di Google durante i Mondiali 2026: la classifica finale delle 296 testate, il testa a testa Rai-Sky, i titoli più persistenti e i format che vincono la SERP delle notizie. Sul campo ha vinto la Spagna, 1-0 sull’Argentina ai supplementari. Ma nel Mondiale parallelo che si è giocato su Google, quello per un posto nel carosello delle notizie, il podio racconta un’altra storia. Non c’è nessuna delle due finaliste, ma un fotofinish tra il servizio pubblico e la TV satellitare, con un quotidiano generalista senza diritti TV a guastare la festa dei broadcaster. Per sei settimane abbiamo misurato, più volte al giorno, chi conquistava le Top Stories di Google sulle ricerche dei Mondiali 2026, monitorando oltre 60 tra i search intent più rilevanti, per più di 15.000 rilevazioni e 296 testate incontrate almeno una volta nel carosello. Questo è il report completo su chi ha vinto, con quali contenuti e con quali titoli. Cosa sono le Top Stories, e perché valgono così tanto Le Top Stories sono il carosello di notizie che Google mostra in cima ai risultati quando una ricerca ha carattere di attualità, con tre o più riquadri fatti di titolo, testata e immagine, prima ancora dei risultati organici tradizionali. Per le ricerche legate a un grande evento, dai risultati di una partita al “dove vederla in TV”, sono la prima cosa che l’utente vede e tocca. Le Top Stories di Google sulla finale Spagna-Argentina: il carosello di notizie che compare in cima alla Ricerca Per gli editori non sono una vetrina accessoria, ma una delle principali sorgenti di traffico organico. Su un evento come un Mondiale, una quota molto rilevante delle visite che una testata riceve da Google passa da quei riquadri. Entrarci, e in che posizione, decide chi intercetta l’attenzione nel momento in cui l’interesse è massimo: restarne fuori significa sparire proprio quando tutti cercano. E il loro peso è appena cresciuto. Da luglio 2026 Google ha iniziato a portare le Top Stories dentro le AI Overviews, le risposte generate dall’intelligenza artificiale: un carosello di notizie che compare direttamente nella panoramica AI sulle ricerche di attualità, dando visibilità agli articoli delle fonti più autorevoli. Vuol dire che presidiare le Top Stories non conta più solo per la ricerca classica, ma anche per farsi scegliere dall’AI come fonte da citare. È il punto esatto in cui la SEO tradizionale e la visibilità sui motori generativi si incontrano. Le Top Stories dentro l'AI Mode di Google: sotto la risposta generata sulla finale, il carosello di notizie con le fonti citate La novità: le fonti preferite C’è un motivo in più per cui questa partita interessa gli editori proprio adesso. Google ha introdotto le fonti preferite: la possibilità, per chi cerca, di indicare le testate da cui vuole vedere più notizie nelle Top Stories. È un cambio di logica profondo, perché il carosello non è più solo il risultato di un algoritmo, ma anche di una scelta esplicita del lettore. Per chi ha un’audience è un’occasione concreta di fidelizzazione: farsi impostare come fonte preferita significa presidiare le Top Stories del proprio pubblico in modo stabile, a prescindere dalla singola notizia. E riporta al centro il tema della strategia di brand: si viene scelti come fonte se si è riconoscibili, autorevoli e costanti su un territorio tematico. La visibilità algoritmica si conquista run dopo run; la preferenza del lettore si costruisce prima, con l’identità editoriale. Un torneo, tre ere La corsa alle Top Stories ha seguito il calendario del campo, ma con logiche tutte sue. Nella vigilia la SERP apparteneva ai generalisti: la polemica sull’assenza dell’Italia e i contenuti di inquadramento premiavano chi faceva opinione e contesto. Con il calcio giocato, la fase a gironi ha incoronato chi aveva i diritti in chiaro, e rainews.it ha trasformato referti e programmazione in un dominio quotidiano. Nell’eliminazione diretta la cronaca ha preso il sopravvento e sport.sky.it ha rimontato, mentre saliva perfino olympics.com, la fonte istituzionale del torneo. Andamento per editore · 42 giorni top stories radar Più di 15.000 rilevazioni sui principali search intent, più volte al giorno per tutta la durata del torneo. Vigilia3 giorni 1ilfattoquotidiano.it11.57% 2fanpage.it6.79% 3ilmessaggero.it6.78% Fase a gironi17 giorni 1ilfattoquotidiano.it9.47% 2rainews.it9.33% 3sport.sky.it8.76% Eliminazione diretta22 giorni 1rainews.it11.04% 2sport.sky.it11% 3corriere.it6.67% La finale prima della finale: Rai contro Sky Aggregando le property dei due gruppi il confronto diventa una partita vera: Rai (rainews.it + raiplay.it) contro Sky (sport.sky.it + tg24.sky.it), meno di un punto di scarto sull’intero torneo. Come la finale in campo, una vittoria decisa solo ai supplementari: ha vinto il servizio pubblico, davanti sulle posizioni numero uno e sui giorni da leader, mentre Sky ha risposto sulla copertura delle ricerche. Due modi diversi di presidiare la stessa SERP. Rai contro Sky Aggregato di gruppo sull'intero periodo osservato. Il vincitore ai raggi X Una classifica dice chi ha vinto, non come. Le sei dimensioni del nostro indice (visibilità, prominenza, copertura, stabilità, autorevolezza, ampiezza) raccontano tre profili diversi. Il broadcaster pubblico domina per costanza, la rete televisiva privata copre tutto lo spettro delle ricerche, il quotidiano di attualità vince per prominenza sulle query di punta. Passa il mouse sui nomi, o toccali, per confrontarli. La classifica completa: tutte le 296 testate Dalla prima all’ultima: la quota di visibilità dell’intero periodo, le posizioni numero uno conquistate, la stabilità in top 3 e la copertura delle ricerche. Le prime venti raccontano la gerarchia dell’informazione sportiva italiana; le altre 276, tra siti verticali, edizioni locali e content farm estere, raccontano quanto è lunga la coda di chi prova a entrare nel carosello. Classifica testate · intero periodo osservato Vedi tutte le 296 testate rilevate Se togliamo i broadcaster Un esercizio a titolo esemplificativo. Togliendo Rai, Sky, Mediaset e gli altri broadcaster con i diritti di trasmissione, ecco chi guiderebbe la classifica. È la misura di quanto, su un evento di rilevanza mondiale, la presenza dei broadcaster ridisegni da sola la gerarchia della visibilità. Di cosa è fatta la SERP di un Mondiale Il mix tematico delle ricerche rivela le priorità di Google sull’evento: il contesto e i campioni pesano più della cronaca pura, e il “dove vedere” da solo vale un decimo della visibilità totale. Per un editore significa una cosa precisa: il presidio delle Top Stories non si gioca solo sul referto, ma su tutto lo spettro dell’interesse. Mix tematico delle query top stories radar Contesto: guide, storie e inquadramento del torneo: squadre, stadi, ranking, curiosità. Live/servizio: cronaca in tempo reale: risultati, marcatori, orari, partite di oggi. Nazionali: le ricerche sulle singole squadre: Argentina, Brasile, Francia, Spagna. Stelle: i campioni più cercati: Messi, Ronaldo, Mbappé, Yamal. Dove vedere: canale, orario e streaming: la guida alla visione delle partite. Italia: il dibattito sull'assenza degli azzurri dal torneo. Pronostici: favorite, quote e previsioni sul torneo. I format che vincono Otto tipologie di contenuto spiegano quasi tutta la visibilità del torneo. In testa il referto del broadcaster e le classifiche live: contenuti di servizio, aggiornati di continuo, costruiti per restare nel carosello giorni interi anziché ore. Pattern di contenuto vincenti Punteggio 0-100 sull'intero periodo osservato: misura quanto ciascun format riesce a conquistare e mantenere lo spazio nelle Top Stories. Ricalcolo definitivo a torneo chiuso. I titoli del torneo Il contenuto più longevo del Mondiale non è una notizia: è un solo articolo aggiornato di continuo. “Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta” di ilfattoquotidiano.it ha accumulato 657 apparizioni in 37 giorni diversi, più della copertura intera di gran parte delle testate osservate. E l’anatomia dei titoli vincenti è di una regolarità sorprendente: due su tre aprono con le parole chiave dell’evento seguite da virgola o due punti, circa la metà apre proprio con la parola “Mondiali”, la lunghezza media è 86 caratteri. I 10 titoli più persistenti Anatomia del titolo vincente Lunghezza media: 86 caratteri Le strategie di titolazione Il caso del torneo: vincere senza i diritti TV ilfattoquotidiano.it ha dominato la classifica per tutta la fase a gironi ed è rimasto sul podio dell’intero torneo, terzo dietro Rai e Sky, pur essendo un quotidiano generalista senza diritti televisivi e senza una tradizione sportiva strutturata. La sua corsa si regge su tre format live, oltre 600 posizioni numero uno e una copertura del 72% delle ricerche monitorate. La lezione per gli editori è netta. Le Top Stories non premiano chi ha la redazione sportiva più grande, premiano chi presidia la cronaca di servizio con aggiornamento continuo. I broadcaster hanno recuperato quando la cronaca delle partite ha preso il sopravvento sulle classifiche: è la conferma che ogni fase di un grande evento ha un format vincente diverso, e che il presidio va progettato prima, non inseguito dopo. Cosa ci dice questo report Qualche anno fa, in un panel come questo, non avrei avuto dubbi. Accanto alle grandi testate avrei trovato anche siti minori e locali, capaci di presidiare SERP e query ad alto rendimento sfruttando i tecnicismi della SEO. Da tempo, però, siamo di fronte a un cambio di rotta importante. Torna a contare il brand, e con lui la rilevanza. Da un lato pesa la capacità di costruire contenuti giornalistici veri, essere la fonte, proporre un punto di vista e non limitarsi a riprendere comunicati stampa o a rielaborare altre fonti con l’intelligenza artificiale, come oggi si vede fare spesso. Google non premia più i contenuti commodity. Quando una grande realtà pubblica un contenuto originale e decine di siti minori lo rielaborano senza aggiungere nulla, solo per aumentare in modo speculativo la frequenza di pubblicazione, quella rincorsa non paga più. Dall’altro pesa il lavoro sul brand. Ci sono ormai temi dove, se non si è rilevanti come marca, performare diventa semplicemente difficile. Il nostro osservatorio sui Mondiali si chiude qui. Al prossimo appuntamento rilevante, con i dati e le interpretazioni del mercato dall’Osservatorio Sequel. Osservatorio Sequel Ogni mercato ha le sue Top Stories Automotive, finanza, salute, energia, su ogni territorio tematico c'è una gara di visibilità che si gioca ogni giorno su Google e nelle risposte delle AI. Possiamo misurarla per te, e trasformarla in decisioni editoriali. Parliamone Le rilevazioni coprono le Top Stories di Google Italia su oltre 60 tra i search intent più rilevanti legati al Mondiale, osservati più volte al giorno per tutta la durata del torneo, per più di 15.000 rilevazioni complessive. La classifica tiene conto della posizione nel carosello e della rilevanza di ogni ricerca, e privilegia la costanza della presenza rispetto alla singola apparizione. La metodologia completa è proprietaria dell'Osservatorio Sequel; i dati di questa pagina restano consultabili come archivio dell'evento. --- ## UCP, il protocollo che porta il tuo ecommerce dentro gli agenti AI: cos'è e perché conta URL: https://sequel.consulting/news/ucp-universal-commerce-protocol-ecommerce/ Data: 2026-07-04 Sintesi: Cos'è UCP (Universal Commerce Protocol) e perché conta per l'ecommerce: checkout dentro gli agenti AI, prenotazioni da AI Mode, ordini da Maps. C’è un momento preciso in cui un canale nuovo smette di essere una curiosità e diventa un’infrastruttura: quando i protocolli si standardizzano e i grandi player li adottano. Per il commercio dentro gli agenti AI quel momento è adesso, e il protocollo si chiama UCP, Universal Commerce Protocol. Se hai un ecommerce, questa sigla ti riguarda più di quanto sembri. Vediamo cos’è, cosa sta già facendo Google e, soprattutto, cosa conviene fare ora. Cos’è UCP UCP è un protocollo aperto, promosso da Google insieme a un gruppo di aziende dell’industria, che definisce come un agente AI può completare operazioni commerciali dialogando direttamente con i sistemi di un venditore. La specifica è pubblica (su ucp.dev e GitHub) e copre le operazioni fondamentali del commercio: Checkout: carrelli anche complessi, prezzi dinamici, calcolo delle imposte; Gestione ordini: tracciamento delle spedizioni, resi, aggiornamenti in tempo reale; Identity linking: il collegamento sicuro dell’identità del cliente via OAuth 2.0; Ricerca a catalogo: l’agente interroga i prodotti, non naviga le pagine; Prenotazioni alberghiere e ristorazione: le prime estensioni oltre il retail, con disponibilità e prezzi in tempo reale. Tecnicamente parla la lingua del web che già conosci: REST e JSON-RPC come trasporti, OAuth per l’identità, e l’integrazione con gli altri protocolli dell’ecosistema agentico, AP2 per i pagamenti, A2A e MCP per la comunicazione tra agenti e strumenti. Nessuna tecnologia esotica: standard aperti, componibili, documentati. Cosa sta già attivando Google La parte interessante è la velocità con cui Google la sta portando nei prodotti che le persone usano ogni giorno, non la specifica in sé. Prenotazioni hotel direttamente da AI Mode nella Ricerca: l’utente chiede, l’agente propone e prenota. Ordinazione di cibo da Google Maps, con consegna a domicilio. Direct Offers negli annunci: l’acquisto avviene dentro l’annuncio, senza passare dal sito. Annunci Shopping su YouTube con feed di prodotto e campagne DemandGen collegate. Analisi delle prestazioni AI in Merchant Center: uno strumento per monitorare quanto i tuoi prodotti sono visibili nelle esperienze AI rispetto ai concorrenti. Il primo rollout riguarda Canada, Australia e Regno Unito, con le analisi attive anche in USA, India e Nuova Zelanda. L’Italia non è nella prima ondata, e questa è una notizia buona: c’è una finestra di tempo per prepararsi. Aggiornamento settembre 2026: UCP esce dal retail Il 25 agosto il progetto ha pubblicato la versione v2026-08-25 della specifica. È la quarta dal lancio di gennaio e la prima da aprile. Le versioni ora portano una data al posto del numero, e un venditore può continuare a supportare quelle precedenti mentre adotta l’ultima. La novità più visibile riguarda la spesa alimentare. Gli agenti possono trovare i punti vendita fisici con indirizzo, orari in un formato standard e coordinate, e ordinare prodotti a peso. È il primo pezzo di UCP scritto pensando alla grande distribuzione. Poi i pagamenti. La specifica è stata riorganizzata in tre parti (Shopping, Payment e Common) perché il pagamento deve funzionare anche fuori dal carrello retail. Arrivano l’autenticazione 3D Secure 2 indipendente dal fornitore, gli acconti e le rate, la possibilità di dividere un ordine su più metodi. La terza novità sta fuori dalla specifica e pesa più delle altre due. UCP si allarga per settore e ogni settore ha ormai un proprio consiglio tecnico. Dal 16 luglio esiste un Food Technical Council con Block (Square), DoorDash, Google, Toast e Uber Eats. Dall'11 agosto un Lodging Technical Council con Amadeus, Booking.com, Expedia, Google, Hilton, Marriott e Trip.com. Stripe siede nel Governing Council dal 28 aprile, accanto ai membri permanenti Google e Shopify. Le specifiche per la ristorazione (trovare il ristorante e il menu, scegliere i piatti, pagare con mancia e note di consegna) e per l’ospitalità (cercare l’hotel, scegliere la camera, prenotare) sono in lavorazione con queste aziende. Il rilascio di agosto ne prepara le fondamenta comuni, senza una data di uscita. Chi ha già implementato UCP ha del lavoro da fare. Cambia lo schema del fulfillment, il consenso dell’acquirente passa da campi fissi a una mappa libera, le chiavi di firma vanno riunite in un solo JWK Set. Chi invece sta ancora preparando il terreno, e in Italia siamo quasi tutti a questo punto, può lasciare tutto com’è. Le quattro mosse qui sotto valgono uguali. Un’ultima osservazione, la più utile per chi non vende scarpe. Guarda chi siede nei due consigli. Booking.com, Expedia, Amadeus, DoorDash, Uber Eats. Le regole con cui un agente prenoterà una camera o ordinerà una cena le stanno scrivendo gli stessi intermediari da cui hotel e ristoranti provano da anni a smarcarsi. Un albergatore che oggi ha disponibilità e prezzi leggibili solo dentro il channel manager dell’OTA, domani li avrà leggibili dall’agente solo attraverso l’OTA. Il tema dei dati di cui parliamo qui sotto vale per lui più che per chiunque altro. Perché conta per il tuo ecommerce Da anni raccontiamo la stessa traiettoria: prima bisognava farsi trovare (la SEO), poi farsi scegliere dalle AI che generano risposte (la GEO). UCP aggiunge l’ultimo anello: farsi comprare. L’agente non si limita più a citarti come fonte: completa la transazione. Le conseguenze sono concrete. La prima: l’interfaccia del tuo negozio smette di essere l’unico punto vendita. Se il cliente chiede al suo assistente “ordinami le stesse scarpe del mese scorso” e l’assistente può farlo via protocollo, la tua homepage, le tue schede prodotto e il tuo funnel non vengono nemmeno visti. Conta ciò che i tuoi sistemi sanno dire all’agente: disponibilità, prezzo, condizioni, consegna. Poi c’è la logica del flusso: chi espone il protocollo entra, chi non lo espone resta fuori. È la stessa dinamica che abbiamo visto con Google Shopping e con i marketplace, ma più radicale. Qui non c’è una vetrina alternativa da presidiare: c’è una conversazione in cui o ci sei o non esisti. E infine i dati diventano il prodotto stesso. Un agente non si fa convincere da una bella grafica: legge dati. Feed incompleti, disponibilità non aggiornate, prezzi incoerenti tra sito e feed, che oggi costano qualche conversione, domani significano essere scartati dall’agente in modo silenzioso e sistematico. Cosa fare ora: quattro mosse concrete Non serve (e non è ancora possibile, in Italia) implementare UCP domattina. Serve arrivare pronti, e la preparazione coincide con un lavoro di ottimizzazione dell’ecommerce che ripaga già oggi. Porta i dati di prodotto a qualità impeccabile. Feed completi, disponibilità e prezzi sincronizzati in tempo quasi reale, attributi ricchi. È il prerequisito di tutto: l’agente compra dai dati, non dalle pagine. Completa i dati strutturati del sito. Schema di prodotto, offerte, disponibilità, recensioni: sono già oggi il modo in cui le AI capiscono il tuo catalogo, e saranno la base su cui gli agenti verificheranno la coerenza. Presidia Merchant Center e le nuove analisi AI. Lo strumento di analisi delle prestazioni AI è il primo termometro ufficiale di quanto sei visibile nelle esperienze agentiche rispetto ai concorrenti. Quando arriverà in Italia, vorrai avere uno storico, non partire da zero. Verifica quanto il tuo sito è leggibile dagli agenti. Robots, dati strutturati, contenuti accessibili alle AI: è il livello sotto al protocollo, e puoi misurarlo subito con il nostro strumento agent-ready. È il percorso che abbiamo descritto in Dal farsi trovare al farsi scegliere, portato alla sua conseguenza commerciale: nell’era degli agenti, la visibilità e la transazione convergono. Chi tratta i propri dati come un’infrastruttura di vendita arriverà al rollout italiano con un vantaggio difficile da colmare. Fonti Universal Commerce Protocol, sito e specifica ufficiale Google, Le nuove funzionalità di UCP e gli strumenti di AI per i retailer UCP, note di rilascio della versione v2026-08-25 UCP, annunci del progetto: Governing Council, Food e Lodging Technical Council --- ## Sequel è la prima società di consulenza italiana che puoi interrogare dal tuo assistente AI. Ma la notizia non siamo noi. URL: https://sequel.consulting/news/prima-societa-consulenza-italiana-interrogabile-assistente-ai/ Data: 2026-07-04 Sintesi: Sequel è la prima società di consulenza italiana interrogabile da ChatGPT e Claude: preventivi, controllo del sito e insight dal tuo assistente AI. Da oggi puoi aprire ChatGPT o Claude, scrivere “chiedi un preventivo a Sequel per la visibilità della mia azienda sulle AI” e ricevere una risposta dal nostro team. Senza aprire il nostro sito, senza compilare un modulo, senza cercarci su Google. L’assistente parla con noi e ti riporta la risposta. A nostra conoscenza siamo la prima società di consulenza italiana che si può interrogare così. Detta così sembra una trovata di marketing. Non lo è. È il primo esempio concreto, applicato a noi stessi, di un cambiamento che riguarda ogni azienda che oggi acquisisce clienti online, la nostra compresa. E vale la pena raccontarlo bene, perché il “come” conta meno del “perché”. Nel registro ufficiale MCP: un fatto verificabile, non uno slogan Non ci limitiamo a essere raggiungibili dentro ChatGPT e Claude. Abbiamo pubblicato il nostro punto di accesso nel registro ufficiale del Model Context Protocol, l’indice pubblico dei server con cui gli assistenti AI possono dialogare. È un elenco aperto, chiunque può controllarlo: dentro ci sono quasi quindicimila voci, in larghissima parte software e strumenti. Una società di consulenza che si mette a disposizione come interlocutore, a cui puoi chiedere un preventivo invece di comprare un tool, è un’altra cosa. E in Italia, per ora, siamo gli unici a farlo. Visibilità sulle AI: farsi trovare, farsi citare, diventare azionabili Per anni lavorare sulla visibilità ha voluto dire una cosa sola: farsi trovare. Comparire su Google quando qualcuno cercava quello che offri. Poi le AI generative hanno cambiato la partita: oggi bisogna farsi citare, essere la fonte che ChatGPT, Gemini o Perplexity nominano quando qualcuno chiede un consiglio. È il tema di cui tutti parlano da un anno, sotto le sigle GEO e AI visibility. C’è però un passo ulteriore, che quasi nessuno ha ancora fatto: diventare azionabili. Vuol dire permettere all’assistente di fare qualcosa con te, non solo di nominarti: farti una domanda, avviare una richiesta, chiudere una transazione. La differenza è quella che passa tra un’insegna vista da lontano e una porta aperta. Essere citati è reputazione. Essere azionabili è accesso. Le tre fasi della visibilità 01Farsi trovare L'era dei motori di ricerca: comparire su Google quando il cliente cerca. È la SEO. 02Farsi citare L'era delle risposte: essere la fonte che ChatGPT, Gemini e Perplexity nominano. È la GEO. 03Diventare azionabili L'era degli agenti: l'assistente può fare cose con te, non solo parlare di te. È l'accesso. Il customer journey si sta accorciando: dalla ricerca su Google alla conversazione con l’AI Dietro tutto questo c’è un movimento economico, non una moda. Il percorso che portava un cliente fino a te era fatto di tappe: un bisogno, una ricerca su Google, un confronto tra siti, una pagina da leggere, un modulo da compilare, un’attesa. Su ognuna di quelle tappe si è costruita un’intera industria della visibilità. Ora quel percorso si sta comprimendo dentro un’unica conversazione. Sempre più ricerche si chiudono senza un clic, il traffico che le AI portano ai siti cresce a ritmi che la ricerca tradizionale non vede più, e per una fetta larga delle nuove generazioni il primo posto dove si chiede qualcosa è un chatbot, non un motore. Il percorso di acquisto, ieri Bisogno→Ricerca su Google→Confronto tra siti→Pagina da leggere→Modulo→AttesaOggi Una conversazione con l'assistente AI. È lì che il cliente decide. Google non sta morendo. Il punto è che l’interfaccia tra la tua azienda e il tuo cliente si sta spostando dalla pagina web alla conversazione, e le tappe intermedie del percorso, quelle dove oggi investi per farti trovare, stanno sparendo una dopo l’altra. Vale anche per noi. Tra non molto un imprenditore o un direttore marketing che cerca un partner per la visibilità non digiterà una query su Google: lo chiederà al suo assistente, e sarà l’assistente a proporre, confrontare, in prospettiva perfino avviare il contatto. Se in quella conversazione non ci sei, semplicemente non esisti. Ci siamo mossi per primi su noi stessi proprio perché è lì che, tra poco, si deciderà chi lavora e chi no. Il nostro metodo: test reali su di noi, non formule magiche Qui sta la parte che ci distingue, e la diciamo senza giri di parole. Questo è un mercato giovanissimo. Chiunque oggi ti venda formule magiche o risultati garantiti sta cavalcando un’onda commerciale, non ti sta dicendo la verità. Il manuale non esiste: gli standard cambiano di mese in mese e gran parte di quello che si legge in giro è marketing travestito da metodo. Noi lavoriamo al contrario. Sperimentiamo prima sulla nostra pelle, sul nostro sito, sui nostri strumenti. Quello che regge alla prova lo portiamo ai nostri partner. Quello che non funziona lo scartiamo e lo diciamo. Questo assistente è un test reale che abbiamo fatto su di noi, non un prodotto confezionato per essere venduto, e oggi possiamo raccontarlo perché lo abbiamo attraversato, non perché lo abbiamo letto da qualche parte. È la nostra distanza dal mercato speculativo che ci circonda, e vogliamo mantenerla. Per lo stesso motivo va detto anche cosa questo canale non è. Oggi il volume di chi arriva da un assistente AI è ancora piccolo, e per molti settori resterà secondario ancora per un po’. È un presidio, non un canale di volume. Lo spazio si occupa adesso, che è quasi vuoto, non quando sarà affollato e caro come è diventata la ricerca a pagamento. E ci sono rischi concreti: un assistente può rappresentarti male, fraintendere, esporti a usi che non avevi previsto. Per questo il controllo su dati e consensi è il cuore del lavoro, non un dettaglio tecnico. Chi ti dice che è tutto facile e senza rischi ti sta vendendo qualcosa. Rendere l’azienda azionabile dagli agenti AI: perché non è un gadget La tentazione, a questo punto, è trattarla come l’ennesima casella da spuntare: “facciamoci il connettore anche noi”. È l’errore da non fare. Diventare azionabili è un’architettura, non l’installazione di un widget, e poggia su fondamenta che la maggior parte delle aziende non ha ancora. Prima che un assistente possa fare qualcosa con te, deve capire chi sei, cosa offri, di quali informazioni fidarsi. Servono dati strutturati fatti bene, contenuti che le macchine riescano a leggere, informazioni coerenti su ogni superficie dove il tuo brand compare, un’idea chiara di quali azioni ha senso affidare a un agente e con quali tutele su dati e consensi. E serve misurare quello che succede, perché anche qui non si governa ciò che non si misura. Ognuno di questi pezzi condiziona gli altri. Un connettore montato su un sito che le AI leggono male, con dati incoerenti e nessun presidio sulla reputazione, rischia di rappresentarti peggio, non solo di non portare risultati. È come montare un alettone in carbonio su una Cinquecento sgangherata: non vai più veloce, fai solo più rumore. Il lavoro vero si fa nell’ordine giusto, dalle fondamenta, ed è il motivo per cui conviene farlo con chi quel percorso lo ha già attraversato per intero, su di sé, e sa dove si sbaglia. Come collegare l’assistente Sequel a ChatGPT e Claude Il modo migliore per capire come funziona è provarlo. Su ChatGPT: pronto all’uso 1Apri l'assistente SequelVai su Sequel · SEO, GEO e visibilità AI: si apre in ChatGPT, anche dall'app, senza configurare nulla. 2Chiedi ciò che ti serveScrivi ad esempio: "Il mio sito è pronto per le AI?" oppure "Voglio un preventivo per la visibilità sulle AI". Su Claude: il connettore MCP 1Aggiungi il connettoreIn Claude vai su Impostazioni, poi Connettori, tocca "Aggiungi connettore personalizzato" e incolla questo indirizzo (nessuna password): https://api.sequel.consulting/mcp.php 2Chiedi in chatScrivi ad esempio: "Chiedi un preventivo a Sequel per un assessment SEO/GEO della mia azienda". Claude ti chiederà conferma prima di inviare qualsiasi dato. Questo canale è in continua evoluzione: aggiorniamo costantemente i nostri connettori MCP e gli altri strumenti man mano che gli standard maturano, così resta sempre allineato a come gli assistenti AI dialogano con l’esterno. La guida completa, con tutti i dettagli su dati e privacy, è sulla pagina dedicata all’assistente AI. Quando i tuoi clienti smetteranno di cercarti e cominceranno a chiederlo al loro assistente, la vera domanda sarà se la tua azienda è dentro quella conversazione, non se avete un assistente AI anche voi. Ti troveranno, ti citeranno, potranno parlarti? Noi abbiamo fatto il percorso per primi, su noi stessi. Per questo sappiamo esattamente cosa serve per fartelo fare. --- ## SEO per editori: perché è un mestiere a parte e come scegliere il consulente giusto URL: https://sequel.consulting/news/seo-per-editori-come-scegliere-il-consulente-giusto/ Data: 2026-07-03 Sintesi: La SEO editoriale è un mestiere a parte: Google Discover, Top Stories, velocità redazionale e monetizzazione. Come riconoscere il consulente SEO giusto. Il mercato italiano della consulenza SEO non manca di professionisti capaci. Il problema è dove quella capacità si è formata, quasi sempre su ecommerce e lead generation, dove il successo si misura in conversioni e in posizioni su parole chiave transazionali. Un editore che si rivolge a questi professionisti riceve analisi tecnicamente corrette, pensate però per un altro mestiere. Sanno ottimizzare una scheda prodotto. Una redazione che pubblica cento articoli al giorno non l’hanno mai vista da dentro. La SEO editoriale è un mestiere a parte, e lo scriviamo dopo vent’anni passati dentro le redazioni. Le fondamenta tecniche restano le stesse. Cambia tutto quello che decide il risultato, i segnali che spostano il traffico, le superfici dove quel traffico vive, la velocità con cui vanno prese le decisioni, il modo in cui le visite diventano ricavo. Perché la SEO per i media è una specializzazione vera Google Discover: la variabile invisibile ai generalisti Per la maggior parte dei siti editoriali italiani Google Discover è la prima fonte di traffico, spesso più della ricerca organica. La sua logica però con le parole chiave c’entra poco. Il feed risponde agli interessi delle persone, a come la piattaforma percepisce la testata nel tempo, alla qualità delle immagini, ai tempi di caricamento. E con gli aggiornamenti di gennaio e febbraio 2026 ha preso una direzione ancora più simile a quella di un social network, un cambiamento che misuriamo ogni giorno con il nostro osservatorio su Discover. Un consulente generalista può permettersi di ignorare tutto questo, perché sul suo cliente abituale quella superficie nemmeno esiste. Chi lavora con gli editori sa che una variazione dell’algoritmo può dimezzare il traffico di un sito in quarantotto ore. Lo abbiamo visto succedere, e chi aveva gli strumenti per accorgersene in anticipo ha limitato i danni. Google News e Top Stories: un ecosistema separato Entrare in Google News e comparire nel carosello Top Stories sono obiettivi che esistono solo in questo settore. Servono requisiti tecnici precisi, una linea editoriale coerente e tempi di indicizzazione che portino l’articolo nel carosello prima dei concorrenti. Durante i Mondiali 2026 abbiamo seguito le Top Stories con un radar costruito apposta, e la gara si gioca su minuti. Chi arriva tardi guarda gli altri. Questa competenza si costruisce su media reali. Improvvisarla al primo incarico editoriale non funziona, e di solito si vede subito. I volumi e la velocità redazionale Un ecommerce aggiunge qualche centinaio di pagine prodotto all’anno. Un quotidiano ne pubblica migliaia ogni settimana. A quella scala i problemi cambiano natura: la canonicalizzazione diventa lavoro quotidiano, i duplicati si generano da soli, la copertura dei topic va scelta in base ai volumi di ricerca, e la velocità di indicizzazione passa da dettaglio tecnico a vantaggio competitivo. Lavorare a velocità redazionale significa dare indicazioni che il team applica senza fermare la produzione. Se una raccomandazione richiede una riunione per essere capita, è già morta. La monetizzazione come vincolo di progetto Per un ecommerce la SEO porta traffico che si converte in vendite. Per un editore il traffico è parte del prodotto: genera impression, alimenta il programmatic e pesa nei negoziati diretti con gli inserzionisti. Chi fa SEO per i media deve conoscere questa meccanica, sapere che un evergreen che rende ogni giorno ha un valore diverso da un pezzo di attualità che esplode e si spegne in ventiquattro ore, e capire quali segmenti di traffico si monetizzano davvero. Le raccomandazioni devono arrivare fino alla riga del conto economico. Quelle che si fermano prima sono consigli, e i consigli non pagano le redazioni. La disintermediazione dell’AI Poi c’è la partita più recente. Le AI Overview di Google, ChatGPT e Perplexity citano fonti editoriali nelle loro risposte, e ogni citazione è un canale di visibilità che il clic organico tradizionale non registra. I criteri con cui un modello sceglie le sue fonti coincidono solo in parte con quelli del ranking, e li studiamo ogni giorno interrogando i principali assistenti con il nostro osservatorio sulla visibilità AI. Un consulente aggiornato conosce la differenza tra una pagina che scala le SERP e una fonte che un modello ritiene abbastanza autorevole da citare. Gli editori producono esattamente il tipo di contenuto che i modelli citano più spesso. Per loro questa parte del lavoro sta già dentro qualunque progetto SEO serio. Cosa misurare per valutare un partner SEO editoriale Questa è la sezione che conta davvero, ed è quella che consigliamo di leggere due volte. La prima cosa da chiedere sono casi studio su media comparabili. Aver lavorato su generici “siti di contenuto” dice poco. Servono progetti su testate, magazine digitali o verticali con volumi simili ai vostri, con numeri veri: variazione del traffico da Discover, crescita nelle Top Stories, tempi medi di indicizzazione. Poi la conoscenza operativa delle policy di Google. Le linee guida di Google News, le cause più comuni di esclusione dall’indice, i requisiti per restarci. Chi le ha applicate più volte ne parla in un altro modo rispetto a chi le ha lette sulla documentazione pubblica il giorno prima della call. Conta la capacità di stare dentro una redazione. La SEO editoriale entra nel ciclo di produzione quotidiano, con i caporedattori e con chi gestisce il CMS. Un consulente che consegna un documento condiviso ogni tre mesi non sta facendo questo lavoro. Sul traffico, chiedete come ragiona sul valore dei diversi segmenti. Chi non sa distinguere il traffico monetizzabile in programmatic da quello che serve i negoziati diretti non ha mai visto il conto economico di un editore da vicino. Sull’AI nessuno ha oggi una strategia definitiva, e chi la promette sta vendendo qualcos’altro. Un framework serio per monitorare le citazioni nei motori generativi però esiste, e va preteso. Ultima cosa, la trasparenza sulle metriche. Diffidate di chi promette crescite percentuali senza contesto. Il traffico da Discover è volatile, quello organico più stabile, quello da News concentrato sull’attualità. Un consulente onesto li tiene separati e propone obiettivi coerenti con il business della testata. Le domande da fare prima di firmare Prima di avviare un rapporto di consulenza, queste domande dicono in fretta se state parlando con la persona giusta. “Come interpretate un calo del traffico da Discover, e quali segnali monitorate prima che si verifichi?” “Qual è il vostro approccio per migliorare la velocità di indicizzazione? Avete mai gestito una testata esclusa da Google News?” “Come strutturate le raccomandazioni per una redazione che pubblica a ritmo elevato, senza rallentarla?” “Avete mai lavorato con il team commerciale di un editore per allineare traffico e obiettivi di revenue?” “Come monitorate la presenza della testata nei motori generativi? Avete già ottimizzato contenuti per essere citati dalle AI?” “Raccontateci un caso in cui il vostro lavoro ha spostato la revenue di un editore, oltre al traffico.” Per valutare le risposte non servono anni di esperienza. Basta ascoltare se chi parla descrive situazioni vissute o recita principi teorici. Chi sono i migliori consulenti SEO per siti editoriali I criteri qui sopra descrivono quello che un editore dovrebbe pretendere da chi gli mette le mani sulla SEO. Noi lavoriamo esclusivamente con media ed editori da oltre vent’anni. Strumenti, benchmark e processi sono costruiti attorno a questo settore, con Discover e Top Stories come variabili primarie, la velocità redazionale come vincolo operativo e la monetizzazione come metro finale. Nei progetti che seguiamo il traffico qualificato viene sempre misurato insieme all’impatto sulla revenue, perché il dato isolato a un editore non dice niente. Per chi deve scegliere, la domanda “chi è il migliore” porta fuori strada, e il nostro osservatorio sulla SERP del miglior consulente SEO lo mostra con i dati. Quella utile è “chi ha già fatto questo lavoro su un sito come il mio, e me lo può dimostrare”. Il modo più rapido per scoprirlo resta parlare di monetizzazione, che per esperienza è il punto esatto dove i generalisti smettono di rispondere. --- ## AI Act, cosa cambia dal 2 agosto 2026: l'obbligo è sull'AI che ci metti dentro, non sul tuo sito URL: https://sequel.consulting/news/ai-act-trasparenza-aziende-siti/ Data: 2026-07-03 Sintesi: Dal 2 agosto 2026 scattano gli obblighi di trasparenza dell'AI Act (Articolo 50): cosa cambia per aziende ed editori tra chatbot, AI e deepfake. Il 2 agosto 2026 si applicano gli obblighi di trasparenza dell’AI Act europeo: le regole che toccano chiunque usi l’intelligenza artificiale per interagire col pubblico o generare contenuti. In queste settimane mi arriva sempre la stessa domanda, formulata più o meno così: “il mio sito è a norma con l’AI Act?”. È la domanda sbagliata. Ma prima di spiegare perché, mettiamo in fila i fatti, perché sulle scadenze si è fatta parecchia confusione. Il calendario vero dell’AI Act Partiamo dai fatti. Il Regolamento (UE) 2024/1689, cioè l’AI Act, è entrato in vigore il 1° agosto 2024. La regola generale prevede l’applicazione dal 2 agosto 2026, ma con alcune tappe già partite. AI Act Le date importanti da segnareFonte: Commissione europea · Regolamento (UE) 2024/1689 Già in vigore1 agosto 2024 L'AI Act entra in vigore Il Regolamento (UE) 2024/1689 diventa legge e parte il conto alla rovescia per l'applicazione. Già in vigore2 febbraio 2025 Divieti e alfabetizzazione AI Scattano i divieti sulle pratiche a rischio inaccettabile e l'obbligo di AI literacy per il personale. Già in vigore2 agosto 2025 Modelli di uso generale (GPAI) Diventano operative le norme di governance e gli obblighi per i general-purpose AI models. Da segnare2 agosto 2026 Trasparenza (Articolo 50) Piena applicabilità: scattano gli obblighi di trasparenza per chi usa l'AI. Unica proroga tecnica: il watermarking degli output dei sistemi generativi già sul mercato slitta al 2 dicembre 2026. Rinviato · Digital Omnibus2 dicembre 2027 Alto rischio, sistemi autonomi La scadenza per i sistemi ad alto rischio autonomi è stata spostata dal Digital Omnibus. Rinviato · Digital Omnibus2 agosto 2028 Alto rischio integrato nei prodotti Sistemi ad alto rischio come componenti di sicurezza in prodotti regolati da normativa settoriale europea. Dal 2 febbraio 2025 si applicano le norme iniziali e i divieti sulle pratiche considerate a rischio inaccettabile. Parliamo, tra le altre, di manipolazione comportamentale dannosa, alcune forme di social scoring e usi particolarmente invasivi dell’identificazione biometrica. È già realtà, non un tema del futuro. Dal 2 agosto 2025 sono operative anche diverse disposizioni sui modelli di intelligenza artificiale di uso generale, i cosiddetti general-purpose AI models. Dal 2 agosto 2026 arriverà poi la grande soglia di applicazione per la maggior parte delle disposizioni, comprese molte regole di trasparenza. Su questo calendario si è inserito il pacchetto di semplificazione digitale, il cosiddetto Digital Omnibus on AI. Qui bisogna essere precisi: il Parlamento europeo ha approvato il testo il 16 giugno 2026 e i documenti del Consiglio indicano l’adozione dell’atto legislativo nella seduta del 29 giugno. Il cuore della modifica è il rinvio di alcuni obblighi per i sistemi di AI ad alto rischio: 2 dicembre 2027 per i sistemi autonomi ad alto rischio, 2 agosto 2028 per quelli integrati come componenti di sicurezza in prodotti regolati da normativa settoriale europea. Significa che possiamo aspettare? No. Significa una cosa diversa: alcune imprese avranno più tempo per adeguarsi su specifiche categorie di sistemi ad alto rischio, ma l’AI Act non è stato sospeso. Le pratiche vietate sono già rilevanti. L’alfabetizzazione AI è già un tema aziendale. Le regole di trasparenza restano vicine e la responsabilità organizzativa non si improvvisa a ridosso della scadenza. L’AI Act regola l’AI che ci metti dentro, non i siti Torniamo alla domanda sbagliata. L’AI Act non è una normativa sui siti web, come lo erano la Cookie Law o le regole sul consenso privacy. Non impone requisiti al tuo dominio in quanto tale. Regola i sistemi di intelligenza artificiale e, soprattutto, distingue due ruoli: il provider (chi sviluppa o immette sul mercato un sistema di AI) e il deployer (chi quel sistema lo usa nella propria attività). Questa distinzione cambia tutto. Se sul tuo sito integri un modello di terze parti via API, o generi testi con uno strumento che non hai costruito tu, nella quasi totalità dei casi sei un deployer, non un provider. Diversi obblighi tecnici pesanti, per esempio marcare in modo leggibile dalle macchine l’output generato, restano in capo a chi il modello lo costruisce, non a te. Tradotto: un sito vetrina, un blog, un e-commerce che non fanno girare funzioni di AI verso l’utente non hanno, di per sé, nuovi adempimenti il 2 agosto. L’impatto nasce solo dalle specifiche funzioni AI che attivi. Quindi conta chiedersi “quali funzioni AI ho attivo, in che ruolo, e quali obblighi scattano per ciascuna”, non “il mio sito è conforme”. Cosa scatta davvero: la trasparenza (Articolo 50) Il cuore di ciò che tocca aziende ed editori è l’Articolo 50, gli obblighi di trasparenza. Riguardano tre situazioni concrete. La prima sono i chatbot e gli assistenti conversazionali. Se sul sito hai un assistente AI con cui l’utente dialoga, devi informarlo che sta interagendo con un sistema di intelligenza artificiale, a meno che non sia già evidente dal contesto. In pratica basta una riga, un badge, un messaggio d’apertura. Costa nulla, ma va fatto. Poi ci sono i contenuti testuali generati dall’AI, dove la regola è più sottile di come viene raccontata in giro. L’obbligo di dichiarare che un testo è generato dall’AI scatta quando il contenuto è pubblicato per informare il pubblico su questioni di interesse pubblico (cronaca, politica, salute e simili). C’è però un’esenzione decisiva: se il contenuto passa da una revisione umana, con una persona che se ne assume la responsabilità editoriale, l’obbligo di disclosure decade. Per gran parte dei blog aziendali e dei contenuti commerciali questo perimetro non si applica in senso stretto. Per un editore che pubblica notizie in automatico, invece, sì, e l’esenzione da revisione editoriale diventa il punto su cui costruire il processo. Ultima categoria: i deepfake, immagini, audio, video. Se generi o manipoli con l’AI contenuti che assomigliano a persone, luoghi o eventi reali facendoli sembrare autentici, devi dichiararlo. Un’illustrazione AI dichiaratamente di fantasia non è un deepfake e non ricade qui: conta la verosimiglianza col reale. Un’ultima precisazione sulle date, perché il Digital Omnibus ha creato rumore anche qui: l’unico slittamento che riguarda l’Articolo 50 è tecnico e non ti tocca. La marcatura leggibile dalle macchine degli output (il watermarking), che è un obbligo del fornitore del modello e non tuo, ha una proroga al 2 dicembre 2026 per i sistemi generativi già sul mercato. Per te che l’AI la usi, il riferimento resta il 2 agosto. Guarda: l’AI Act oltre il sito web Contenuto generato con l'intelligenza artificiale. Quello che dovevi già fare da febbraio: l’AI literacy C’è un obbligo che molti scoprono in ritardo, perché non scatta ad agosto: è già in vigore dal 2 febbraio 2025. È l’Articolo 4, l’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale. Chi usa sistemi di AI deve garantire che le persone che li impiegano abbiano una competenza adeguata. Non serve un master: serve una formazione documentata, proporzionata a come usi questi strumenti. Per la maggior parte delle aziende è mezza giornata messa a verbale, ma è un adempimento reale e spesso ignorato. Cosa NON ti riguarda (per sgombrare il campo) Vale la pena dire anche cosa lasciare fuori, perché intorno all’AI Act si è creato più allarme che sostanza. I sistemi ad alto rischio dell’Allegato III (selezione del personale, credito, biometria, infrastrutture critiche e simili) hanno obblighi pesanti, ma non riguardano l’uso tipico dell’AI in marketing, editoria o customer care, e il Digital Omnibus ne ha comunque spostato le scadenze al 2027-2028. E gli obblighi da provider di modelli di uso generale non ti toccano se non addestri modelli tuoi: usare l’API di un modello altrui non ti rende suo provider. Le sanzioni, con misura Le violazioni degli obblighi di trasparenza rientrano nella fascia fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale annuo (Articolo 99). Il tetto più alto di cui si legge spesso, 35 milioni o il 7%, riguarda le pratiche vietate, non la trasparenza: confonderli è un errore comune. Sono numeri che danno il peso della norma, non che devono spaventare: per una disclosure mancante il rischio concreto è remoto, ed è proprio il motivo per cui conviene sistemare subito adempimenti che costano pochissimo. Cosa fare ora: la checklist Mappa le tue funzioni AI, una per una: chatbot, generazione di testi, immagini o video, personalizzazione. Per ciascuna stabilisci se sei provider o deployer. Metti una nota di trasparenza dove l’utente interagisce con un’AI o legge contenuti generati senza supervisione. Se pubblichi contenuti con l’AI, formalizza la revisione umana: chi è il responsabile editoriale. È ciò che ti fa rientrare nell’esenzione. Documenta una formazione minima di AI literacy per il team. Non sovradimensionare: se non hai funzioni AI verso l’utente, non hai nuovi obblighi il 2 agosto. La trasparenza è reputazione, non solo un obbligo Chiudo con la parte che mi interessa di più. Trattare l’AI Act come un fastidio da minimo sindacale è un errore di prospettiva. Dichiarare con chiarezza dove e come usi l’intelligenza artificiale è un segnale di affidabilità, verso gli utenti e verso gli stessi sistemi che oggi decidono chi citare quando generano una risposta. È la stessa logica che ripeto da tempo, e che ho raccontato in “Da Brand a Fonte”: nell’era delle risposte generate vince chi diventa una fonte riconoscibile e verificabile, non chi si nasconde. La conformità, fatta bene, lavora nella stessa direzione della visibilità. Se vuoi capire quali dei tuoi strumenti ricadono negli obblighi di trasparenza e come sistemarli senza rallentare il business, è esattamente il tipo di lavoro che facciamo ogni giorno. Fonti Commissione europea, Un approccio europeo all’intelligenza artificiale (calendario di applicazione) Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act), testo ufficiale su EUR-Lex AI Act, Articolo 50, Obblighi di trasparenza Commissione europea, Codice di buone pratiche sulla trasparenza dei contenuti generati dall’IA --- ## Ottimizzare il sito per le funzionalità di AI generativa nella Ricerca: sono uscite le linee guida ufficiali di Google URL: https://sequel.consulting/news/ottimizzare-sito-ricerca-ai-generativa/ Data: 2026-06-29 Sintesi: Google ha pubblicato le linee guida ufficiali sull'AI generativa nella Ricerca. Ecco cosa cambia per la GEO e perché la visibilità AI nasce dalla SEO. Nella prima metà del 2026 la GEO ha fatto il salto che avevamo previsto da tempo. Da etichetta buona per le slide di marketing a disciplina operativa, da prevedere dentro l’organizzazione al pari di qualunque altra funzione. Il segnale più netto arriva da Google stesso. Con la guida ufficiale all’ottimizzazione per l’AI generativa nella Ricerca, l’azienda scrive nero su bianco quello che da tempo sostenevamo, cioè che la visibilità nelle esperienze AI si costruisce su una base di SEO eccellente. È la formalizzazione di un metodo. GEO smette di essere un’etichetta e diventa un framework con regole, perimetri e pratiche riconosciute dalla fonte. Cosa dice davvero Google Il messaggio centrale della guida non lascia margini di interpretazione. AI Overview e AI Mode si basano sugli stessi sistemi di ranking e di qualità che governano la Ricerca da sempre. Due meccanismi spiegano il perché. Il primo è il RAG, la Retrieval-Augmented Generation. Per costruire una risposta affidabile il modello va a pescare pagine pertinenti e aggiornate nell’indice della Ricerca, con gli stessi sistemi di ranking che conosciamo da sempre. E la qualità di quel recupero dipende dalla qualità SEO della pagina. Il secondo è il query fan-out. La domanda dell’utente viene scomposta in più query correlate, generate insieme per portare a casa risultati più ricchi. Anche qui, quello che entra nel processo è il contenuto già indicizzato e ben strutturato. La conseguenza è diretta. Per Google, ottimizzare per la ricerca AI significa ottimizzare per l’esperienza di ricerca. Resta, a tutti gli effetti, SEO. La base che regge tutto: contenuto e struttura Google riconduce l’intera guida a due pilastri, gli stessi su cui si fonda una SEO matura. Oggi, però, sono anche il fondamento della visibilità AI. Il primo pilastro è il contenuto di valore, specifico e non generico. I sistemi AI confrontano più fonti tra loro e premiano un punto di vista originale, costruito su esperienza diretta o competenza reale, come una recensione scritta in prima persona, un’analisi che nasce da dati propri, una prospettiva che non si limita a riassumere quello che si trova già altrove. Nel lungo periodo pesa più di qualunque accorgimento tecnico. Il secondo pilastro è la chiarezza tecnica. Il modo in cui la Ricerca trova ed elabora le pagine resta il perno di come i sistemi AI accedono ai contenuti. Indicizzabilità, scansionabilità, HTML semantico leggibile, esperienza sulla pagina, meno contenuti duplicati. Le fondamenta sono sempre quelle. Oggi reggono solo un carico più pesante. Tradotto: la GEO che funziona nasce da una SEO che funziona. Chi ha lavorato bene sulle basi parte avvantaggiato. I miti che Google sfata e la lettura che conta La parte più discussa della guida è quella in cui Google elenca le pratiche che, per la Ricerca, possono essere ignorate. Tra queste, i file llms.txt e i markup “speciali” pensati per le macchine, che la Ricerca Google non usa. La suddivisione dei contenuti in blocchi, non necessaria perché i sistemi comprendono più argomenti su un’unica pagina. La riscrittura pensata solo per l’AI. La caccia alle “menzioni” non autentiche. L’eccesso di attenzione ai dati strutturati, utili alla SEO nel complesso ma non richiesti per la ricerca AI. Qui serve una lettura precisa, perché è il punto in cui molti si fermano alla titolazione. Google parla del proprio ecosistema. Quando dice che llms.txt viene ignorato, vale per la Ricerca Google. La stessa guida ammette che mantenerlo resta sensato per altri servizi che invece lo leggono. La ricerca AI, come disciplina, copre più superfici della sola Ricerca Google. Il principio operativo è questo. Le fondamenta SEO che Google descrive servono ovunque, sono la condizione minima per essere recuperati e citati. Le tattiche specifiche vanno invece calibrate sulla superficie, perché quello che è inerte su un motore può contare su un altro. Leggere ogni ambiente per quello che è, senza spalmare un’indicazione valida per uno su tutti: è esattamente il lavoro che separa una GEO seria da una collezione di trucchetti. La frontiera: il sito ha un nuovo visitatore C’è una sezione della documentazione che guarda più avanti di tutte le altre, quella dedicata alle esperienze agentiche. Il sito web ha un nuovo tipo di visitatore. Accanto alle persone e ai crawler, si muovono ormai gli agenti AI, sistemi autonomi che interpretano un obiettivo, pianificano e agiscono per conto dell’utente. Prenotano, confrontano prodotti, comprano. Un agente non guarda il sito su uno schermo. Lo legge attraverso rappresentazioni leggibili dalla macchina, lo screenshot interpretato da un modello di visione, l’HTML del DOM, l’albero di accessibilità che distilla ruoli, nomi e stati degli elementi interattivi. La qualità di quelle rappresentazioni determina quanto bene l’agente riesce a operare. Il principio progettuale è chiaro. Servono segnali puliti su tutti questi canali: HTML semantico, layout stabili, elementi interattivi inequivocabili, una struttura che un sistema autonomo attraversi senza ambiguità. A questo si aggiungono protocolli emergenti come l’Universal Commerce Protocol, che apriranno agli agenti margini più larghi di azione. È il livello successivo. Per la maggior parte dei siti italiani è ancora terreno scoperto, e il vantaggio dei prossimi mesi si gioca lì. Il filo conduttore Queste linee guida cambiano il modo in cui possiamo parlare di GEO. Esiste finalmente una fonte ufficiale che ne definisce i confini e riconduce la visibilità AI a un fondamento riconoscibile. Il filo conduttore resta uno. La visibilità nei sistemi AI si conquista su fondamenta SEO solide, contenuti costruiti su competenza reale e una struttura tecnica pensata tanto per le persone quanto per le macchine. Le squadre che vinceranno questa fase sono quelle che trattano la GEO come ingegneria misurabile e multi-superficie, orientata al risultato. Le altre continueranno a inseguire trucchi isolati. La direzione, ora, è scritta. Fonte ufficiale: Google Search Central, guida all’ottimizzazione per l’AI generativa nella Ricerca. --- ## Le due direttrici per le PMI italiane nell'era dell'AI URL: https://sequel.consulting/news/due-direttrici-pmi-era-ai/ Data: 2026-06-29 Sintesi: L'Italia capisce l'AI meno che altrove, mentre la produttività premia chi la integra. Per le PMI, due traiettorie possibili e una scelta da compiere adesso. Gli italiani dichiarano di capire l’intelligenza artificiale meno di chiunque altro in Occidente. Nel frattempo, il dividendo di produttività dell’AI si sta concentrando tra le imprese che la integrano. Per una PMI, quel divario è già oggi un fattore competitivo concreto. Tre numeri, presi da tre studi pubblicati nel 2026, raccontano una storia che dovrebbe interessare chiunque guidi un’impresa in Italia. Il primo arriva dall’Ipsos AI Monitor 2026, l’indagine condotta su 32 paesi. Alla domanda se ritengano di avere una buona comprensione di cosa sia l’intelligenza artificiale, solo il 54% degli italiani risponde di sì. È il penultimo dato al mondo (sotto l’Italia c’è solo il Giappone) contro una media globale del 72%. È un segnale preciso. Nel Paese l’AI vive ancora soprattutto come fenomeno mediatico, più che come strumento di lavoro quotidiano. Il secondo arriva dal Global AI Jobs Barometer 2026 di PwC, che ha analizzato oltre un miliardo di annunci di lavoro su sei continenti. Le aziende nei settori più esposti all’AI registrano una crescita della produttività del 40% superiore rispetto alle meno esposte. E dal 2022, l’anno in cui l’uso dell’AI è esploso, quel vantaggio si è triplicato. Il terzo è la sintesi dei primi due. Mentre la produttività delle imprese integrate accelera, in Italia la maggioranza delle persone non si sente ancora in grado di spiegare cosa faccia davvero questa tecnologia. Il divario tra ciò che l’AI sta producendo e ciò che il mercato italiano percepisce è, esso stesso, il rischio. La vera partita si gioca sulla divergenza competitiva Il dibattito pubblico sull’AI ruota quasi sempre attorno a una domanda. L’AI mi sostituirà? In Italia il 28% dei lavoratori ritiene probabile che l’AI prenda il suo posto nei prossimi cinque anni, un dato peraltro inferiore alla media globale del 35%. I dati di PwC, però, indicano che la dinamica decisiva è un’altra. Le imprese più esposte all’AI crescono. Assumono di più (organico in aumento del 52% contro il 36% delle meno esposte) e pagano di più (crescita salariale del 24% contro il 17%). Le organizzazioni che ottengono i maggiori guadagni di produttività usano l’AI per amplificare le persone. Non a caso i ruoli più esposti all’intelligenza artificiale aggiungono empatia, giudizio e creatività, le competenze umane che l’AI rende più preziose, due volte e mezzo più rapidamente di tutti gli altri compiti. Il vero meccanismo competitivo, quindi, mette a confronto le imprese tra loro. PwC descrive un mercato del lavoro a due velocità, e la stessa logica vale tra le aziende. Chi integra l’AI nei propri processi accumula vantaggio, anno dopo anno, su chi la tiene ai margini. Per una PMI italiana il rischio concreto ha un volto preciso. Un concorrente più piccolo, più giovane e più integrato che guadagna efficienza e margini mentre lei rimanda la decisione. L’adozione silenziosa C’è un secondo dato dall’Ipsos che merita attenzione, perché racconta un’Italia già in movimento. Il 65% degli italiani dichiara di usare gli strumenti di AI anche quando non si fida del tutto. E il 56% afferma che l’AI gli ha fatto risparmiare tempo al lavoro nell’ultimo anno. In pratica, l’intelligenza artificiale è già dentro le imprese italiane. Ci è entrata dal basso, attraverso i singoli collaboratori, senza governance, senza misurazione, senza una strategia. È un’adozione reale e ancora invisibile, e per questo non capitalizzata. Questo è il punto cieco più costoso. Un’azienda può avere decine di persone che usano l’AI ogni giorno per produrre più in fretta, e non avere nessun modo di sapere se quel guadagno si traduca in valore, in qualità, in margine. Il risparmio di tempo c’è già; il passo successivo è trasformarlo in risultato di business. Comprare strumenti è la strategia sbagliata La reazione istintiva, di fronte a questa dinamica, è acquistare. Un nuovo tool, una licenza, una piattaforma. È esattamente l’errore documentato dai dati sul martech. Secondo Gartner, due terzi dei marketer utilizzano ormai sedici o più soluzioni tecnologiche, eppure il tasso di utilizzo effettivo è sceso al 49% delle funzionalità disponibili, dal 58% del 2020. Solo una capacità su tre, nello stack medio, viene davvero usata. L’abbondanza, senza architettura, produce frizione. Ogni nuovo strumento aggiunge un nodo a una rete che già fatica a comunicare. La risposta, come argomenta McKinsey, sta nel costruire uno strato di intelligenza connettiva, un livello capace di orchestrare verso un obiettivo gli strumenti che già esistono. Il punto è questo: l’unità di vantaggio competitivo, oggi, è il sistema che tiene insieme strumenti e campagne e li orienta a un risultato comune. Per una PMI, che non ha il budget per accumulare errori, la lezione è ancora più netta. Gli strumenti di AI, ormai, sono economici e ovunque. La leva vera è integrarli in un processo capace di produrre un risultato misurabile. Dallo strumento al risultato Esiste un modo strutturato per pensare a questa integrazione. Lo riassume bene una scala in quattro gradini: strumento, co-pilota, pilota automatico, risultato. Un tool fa una cosa quando glielo chiedi. Un co-pilot lavora al tuo fianco e ti propone. Un sistema in autopilot esegue interi processi sotto supervisione. E all’ultimo gradino, l’outcome, si consegna il risultato di business. Più visibilità qualificata, più conversioni, più margine. La maggior parte delle imprese italiane si ferma al primo gradino, compra strumenti e aspetta che il risultato arrivi da sé. Il risultato, invece, nasce dall’integrazione della tecnologia attorno a una metrica chiara. È qui che il principio diventa operativo. La misura genera il lavoro. Si parte da ciò che si vuole ottenere e da come lo si misura; poi si integra l’AI nei punti del processo dove sposta davvero l’ago; infine si automatizza ciò che è ripetitivo, liberando le persone per il giudizio, la relazione e la strategia. Sono esattamente le competenze che, secondo PwC, l’AI rende sempre più preziose. La decisione si sposta a monte Finora abbiamo guardato l’AI da dentro l’azienda, come capacità che amplifica chi la integra nei propri processi. Esiste un secondo fronte, speculare al primo. L’intelligenza artificiale è anche il luogo in cui i clienti si formano un’opinione su un’impresa, spesso prima ancora di averla contattata. Chi cerca un fornitore oggi apre sempre più spesso una conversazione con un assistente, non dieci schede del browser. Pone la domanda, riceve una risposta sintetica, si fa un’idea. La fase di studio, quella che un tempo richiedeva di visitare più siti e confrontarli, accade adesso dentro il dialogo con il modello. Da qui nasce un timore diffuso. Se la persona trova ciò che cerca nella risposta dell’AI, sul sito non ci arriva. Per un editore è un problema di sostanza (il clic sulla pagina è il prodotto, ciò che genera ricavo). Per un’impresa che vende prodotti o servizi il calcolo cambia. Il clic è sempre stato un passaggio verso l’unica cosa che conta davvero, essere scelti. Letto così, il minor numero di clic racconta soprattutto una filiera che si accorcia. La fase informativa si sposta a monte, dentro la conversazione; il cliente ne esce con una rosa di nomi già in testa e, quando è pronto, cerca direttamente dove acquistare il brand che gli ha risolto il dubbio. Chi compare in quella risposta arriva al primo contatto con un interlocutore più consapevole e più vicino alla decisione. Il rischio si sposta di conseguenza. La domanda rilevante diventa se il tuo nome è nella risposta nel momento in cui la decisione si forma. Lì la presenza funziona quasi come una soglia. Sei nella rosa che il modello costruisce e resti in gioco, oppure scompari dalla considerazione proprio quando conta di più. E la rosa è corta, scelta ogni volta da capo. È la stessa logica del risultato, applicata alla domanda. L’esito da presidiare è la presenza qualificata nell’istante in cui un potenziale cliente valuta a chi rivolgersi, non il traffico. Conta in quali risposte compare il brand, con quali fonti, accanto a quali concorrenti. È una presenza che si può misurare, e quello che si misura si può governare. Vale per la produttività interna come per la visibilità esterna. In entrambi i casi il vantaggio nasce dal sistema che orienta gli strumenti verso un risultato, non dallo strumento in sé. Due futuri, una scelta Da questa lettura dei dati nasce il modo in cui lavoriamo in Sequel. Affianchiamo le imprese che hanno la capacità di muoversi in fretta per integrare l’intelligenza artificiale dove sposta davvero un indicatore di business, nei processi interni e nella presenza che decide se un cliente le sceglie, partendo sempre da un risultato chiaro e da come misurarlo. Inseriamo le soluzioni nei punti dove spostano quell’indicatore, le colleghiamo agli strumenti già in uso, le orientiamo a un esito concreto. I tre studi del 2026 delineano due traiettorie possibili per le PMI italiane. Nella prima, l’AI resta un argomento di conversazione e uno strumento usato a metà, con un risparmio di tempo che fatica a tradursi in margine. Nella seconda, diventa un sistema integrato che produce risultati misurabili e costruisce un vantaggio competitivo solido nel tempo. A fare la differenza tra le due traiettorie è l’integrazione. Ed è una scelta che si compie adesso. --- ## È uscito il Digital News Report 2026. Noi questa fotografia l'avevamo già scattata. URL: https://sequel.consulting/news/digital-news-report-2026/ Data: 2026-06-22 Sintesi: Il DNR 2026 certifica il sorpasso dei social sul web delle testate e il crollo del traffico organico: tutto ciò che l'Osservatorio Sequel segnalava da quindici mesi. Digital News Report 2026, Reuters Institute Il rapporto annuale del Reuters Institute certifica oggi ciò che l'Osservatorio Sequel segnala da quindici mesi: il sorpasso dei social sul web delle testate, il crollo del traffico organico, un modello di business fondato sulle visite che non regge più. Non siamo stati profetici. Eravamo semplicemente attenti. Quindici edizioni e una costante: chi arriva prima ha ragione Il Digital News Report 2026, pubblicato il 18 giugno dal Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford, è alla sua quindicesima edizione. Circa centomila intervistati. Quarantotto mercati analizzati. È il riferimento più autorevole sull’ecosistema dell’informazione digitale a livello globale. Per chi segue questo Osservatorio, è una lettura interessante. Non sorprendente. Ogni dato rilevante che il DNR 2026 porta, il declino del traffico da ricerca, l’ascesa dell’AI come fonte di notizie, la fuga dall’informazione, il crollo della fiducia nei media, lo avevamo già mappato, commentato e tradotto in implicazioni operative. Con mesi di anticipo. Questo articolo è al tempo stesso una lettura del rapporto e una verifica. Un modo per mostrare concretamente il valore di un Osservatorio che non si limita a diffondere dati, ma li interpreta in anticipo rispetto al mainstream. La fotografia italiana: spostamento strutturale, non fluttuazione In Italia il DNR 2026 registra un panorama in deterioramento su quasi tutti gli indicatori fondamentali. Italia nel DNR 2026: i dati chiave 32% Fiducia nelle notizie, 4 punti in meno rispetto all'anno precedente, sotto la media globale del 37% 36% News avoidance (chi evita attivamente le notizie), +3 punti. Tra i 18-24 anni raggiunge il 47% 8% Paga per le news online, un punto in meno rispetto al 2025, uno dei valori più bassi d'Europa 6% Usa AI chatbot per informarsi, +2 punti, in crescita ma con fiducia nelle risposte ancora contenuta I social tornano a crescere per la prima volta dopo anni di calo: +6 punti, dopo un -11% accumulato dal 2020 al 2024. Facebook è il canale principale con il 44% (+8pp), seguito da Instagram al 31% (+9pp), WhatsApp al 29%, YouTube al 21%, TikTok all'11%. La stampa cartacea è all'11%. La TV tiene, ma la traiettoria è di lento declino. Il mercato resta dominato dalla televisione: il 73% dei ricavi dei media legacy proviene dalla TV. Rai, Sky e Mediaset controllano insieme il 69% dei ricavi televisivi. Lo streaming ha superato il 21% del consumo. Le piattaforme digitali (Meta, Google, TikTok) hanno catturato oltre l'85% della pubblicità digitale. Un trasferimento di valore che dura da vent’anni e si è ormai stabilizzato come struttura permanente del settore. Sul fronte della proprietà, la notizia più rilevante del trimestre è l’acquisizione al 100% di GEDI (editore di La Repubblica, HuffPost Italia e Radio Deejay, tra gli altri) da parte del gruppo greco Antenna (famiglia Kyriakou), perfezionata nel marzo 2026. L’ingresso di capitali stranieri nel cuore dell’editoria italiana di qualità è il sintomo di un settore che non riesce più ad attrarre investimenti domestici a lungo termine, non un segnale da leggere come evento isolato. L'Italia è anche laboratorio regolatorio europeo. AGCOM ha imposto un equo compenso a Meta e LinkedIn per i contenuti GEDI; la FIEG ha denunciato Google AI Overviews per il calo di traffico; il presidente AGCOM si prepara a segnalare Google AI Mode alla Commissione UE. Sul piano legislativo: nuova legge sull'AI approvata a fine 2025, codice di condotta per gli influencer entrato in vigore nel luglio 2025. Contesto normativo, AGCOM / FIEG, 2025-2026 Il sorpasso: il momento che cambia tutto Il dato più importante del DNR 2026 è globale, non italiano. Ed è definitivo. 54% Social e video come fonte principale di notizie, dato globale, DNR 2026 Per la prima volta nella storia del Digital News Report, social e video superano la televisione (52%) e i siti o app delle testate giornalistiche (51%) come fonte più usata per informarsi. Aggiungendo l'AI come canale di accesso all'informazione, le fonti "terze" (quelle che si frappongono tra il lettore e l'editore originale) raggiungono complessivamente il 56%. Tra i 18-24 anni, social, video e AI sono già la fonte principale per il 52% degli intervistati. Il significato di questo sorpasso è culturale ed economico, non tecnico. Le persone non si informano più navigando i siti delle testate come facevano nel decennio scorso. Trovano le notizie dove si trovano già: nei feed, nei Reels, nelle risposte degli assistenti AI. L’homepage di un quotidiano (quel che era il bancone del bar del giornalismo digitale) non è più il punto d’ingresso naturale. Per l’editoria, questo cambia il perimetro della competizione. Non si compete più solo contro gli altri giornali. Si compete contro i creator, contro gli algoritmi di raccomandazione, contro le sintesi degli LLM. La domanda sbagliata: dove è finito il traffico? La risposta istintiva di molti editori di fronte a questi dati è prevedibile: come recupero le visite che ho perso? È la domanda sbagliata. Il traffico organico da ricerca (la spina dorsale del modello di business dell’editoria digitale degli ultimi quindici anni) è già calato del 33% a livello globale tra novembre 2024 e novembre 2025. Negli Stati Uniti il calo è del 38%. Gli editori si aspettano un ulteriore -43% nei prossimi tre anni. Il traffico non si sta spostando: si sta dimezzando. Il crollo del traffico organico -33% Traffico organico da ricerca, calo globale, nov. 2024/nov. 2025 -38% Stesso indicatore negli USA, il mercato più avanzato e più esposto a Google AI Overview -43% Calo atteso dagli editori nei prossimi tre anni, il modello traffic-based si dimezza 42% Chi usa AI per informarsi e poi clicca verso la fonte originale: quasi sei lettori su dieci non arrivano mai al sito Questo ultimo dato merita attenzione specifica. Solo il 42% di chi usa l’AI per informarsi clicca poi verso la fonte originale. Il restante 58% rimane nell’interfaccia dell’assistente: legge il riassunto, chiude la scheda, va avanti. Il fenomeno ha un nome: zero-click. Non è nuovo, Google lo pratica con i Featured Snippet da anni, ma l’AI lo industrializza su una scala incomparabilmente maggiore. Il modello di business fondato sul traffico (visite x CPM pubblicitario) è già incrinato. Non tornerà ai livelli del 2019. Cercare di riparare una diga che cede con le dita è un ritardo, non una strategia. Regno Unito e Stati Uniti: la mappa del territorio Due mercati meritano uno sguardo specifico perché offrono, ognuno a modo suo, una proiezione del percorso che l’Italia potrebbe seguire. Regno Unito: consolidamento come risposta strutturale Il DNR 2026 fotografa un mercato britannico in piena riorganizzazione. La fiducia nelle notizie è al 30%, in calo di 5 punti. Il 73% degli intervistati diffida delle notizie sui social. Solo il 4% usa l’AI per informarsi e solo il 6% si fida delle risposte degli assistenti AI, i valori più bassi a livello globale, il che dice qualcosa sulla qualità del dibattito pubblico sull’AI nel paese. Ma ciò che conta di più è ciò che il mercato sta facendo di fronte a questi dati. Il settore risponde con il consolidamento: la fusione Sky-ITV, l’acquisto del Telegraph da parte di Axel Springer per 575 milioni di sterline, il Daily Mail che costruisce un team editoriale Gen Z di creator nativi. Il 18% degli intervistati britannici segue almeno un news creator a settimana. La Charter della BBC è in revisione, con implicazioni strutturali sul servizio pubblico radiotelevisivo. Stati Uniti: il punto di arrivo Gli USA sono il mercato che guarda avanti di tre anni rispetto all’Europa. La fiducia nei media è ai minimi storici: 25%, -5 punti, con il 15% tra gli elettori di orientamento conservatore. È in corso una cattura proprietaria sistemica dei media: Paramount passa a Skydance (famiglia Ellison), Bari Weiss diventa editor-in-chief della CBS, Warner Bros Discovery (che possiede la CNN) è oggetto di una trattativa di acquisizione. NPR e PBS vengono definanziate di 500 milioni di dollari l’anno. Voice of America viene smantellata. Il Washington Post di Bezos ha licenziato un terzo della redazione. Sul fronte tecnico, il fenomeno “Google Zero” è più avanzato che altrove: il calo del traffico da ricerca organica raggiunge il 38% e in alcuni verticali editoriali supera il 50%. È la dimostrazione empirica che il modello traffic-based è in via di superamento strutturale, non ciclico. Italia, il pagamento e la trappola della bassa fiducia In Italia, l'8% degli intervistati paga per le notizie online. Era il 9% nel 2024. Era il 6% in alcune rilevazioni degli anni precedenti. Per riferimento: negli Stati Uniti paga il 16%, nel Regno Unito il 10%. La domanda che nessun editore italiano vuole porsi apertamente è questa: se quasi nessuno è disposto a pagare per l’informazione, su cosa regge il modello economico? Un ecosistema a bassa fiducia e bassa monetizzazione diretta è un ecosistema in cui le fonti si frammentano più in fretta. Quando il lettore non paga, l'editore dipende dalla pubblicità. Quando la pubblicità è captata all'85% dalle piattaforme, l'editore dipende dal traffico. Quando il traffico cala del 33%, l'editore riduce la qualità. Quando la qualità cala, cala la fiducia. Quando la fiducia cala, ancora meno lettori sono disposti a pagare. Il cerchio si chiude. Non è una profezia. È la descrizione di un meccanismo già in corso. La via d’uscita non passa attraverso più contenuto a minor costo. Passa attraverso meno contenuto, migliore, destinato a un pubblico che lo considera abbastanza prezioso da volerlo. Chi si fida di chi in Italia: la classifica dei brand In un contesto di bassa fiducia sistemica, la distribuzione della reputazione tra le singole testate diventa una variabile competitiva determinante. Il DNR 2026 offre dati precisi su questo punto. La lettura è istruttiva. # Testata Fiducia 1 ANSA 74% 2 Il Sole 24 Ore 64% 2 SkyTG24 64% 4 Corriere della Sera 59% 5 Tg La7 58% 6 Rai 56% 7 La Repubblica 55% 8 Il Fatto Quotidiano 54% 8 La Stampa 54% 8 Mediaset News 54% 11 Il Giornale 46% 12 IlPost.it 44% 13 Fanpage 41% 13 Libero Quotidiano 41% Il pattern è chiaro. In cima alla classifica troviamo l’agenzia di stampa (ANSA) e le testate percepite come strutturalmente neutrali o specialistiche (Il Sole 24 Ore, SkyTG24). La polarizzazione editoriale è penalizzata: le testate più connotate politicamente, in un senso o nell’altro, scivolano in fondo alla tabella con valori attorno al 41-46%. Nell’era degli algoritmi e dell’AI, la neutralità percepita e l’autorità tematica sono i fattori che determinano se una fonte viene citata o ignorata. Non è un caso che ANSA sia prima: è strutturalmente pensata come fonte di fonti. Lo dicevamo già: quindici mesi di anticipo Il valore di un Osservatorio non si misura in articoli prodotti, ma nella capacità di anticipare le tendenze prima che diventino mainstream. Ogni tema rilevante del DNR 2026 è stato trattato in queste pagine, con dati e implicazioni operative, mesi prima della pubblicazione del rapporto. 29 mar. 2025 Da Brand a Fonte Il punto di partenza dell'Osservatorio. "Non basta più essere brand: bisogna diventare fonte" riconosciuta dagli LLM. Nell'era dell'AI search, il posizionamento sui motori lascia spazio a qualcosa di più difficile e più duraturo: essere la fonte che i sistemi citano quando qualcuno fa una domanda sul tuo settore. Il DNR 2026 certifica che il 58% delle sessioni AI non genera clic verso la fonte originale. Ragione in più per essere la fonte, non l'articolo. 26 mag. 2025 Basta dare la colpa a Google: il vero nemico del giornalismo News avoidance Italia al 36% (47% tra i 18-24 anni), già segnalata in questo articolo con oltre un anno di anticipo rispetto alla rilevazione del DNR 2026, che li conferma entrambi. Il circolo vizioso che descrivevamo allora, meno lettori = meno ricavi = meno qualità = meno fiducia, è oggi documentato dai dati Reuters. Il vero nemico non era l'algoritmo: era l'irrilevanza. 31 lug. 2025 Parola chiave: Disintermediazione Commentando il DNR 2025 scrivevamo che negli USA social e video avevano già superato TV e siti come fonte principale di notizie, che solo il 9% degli italiani pagava per le news, e che "il giornalismo come lo abbiamo conosciuto non tornerà più". Il sorpasso che il DNR 2026 certifica ora a livello globale (54% social e video) era già visibile negli USA un anno prima. Lo dicevamo esplicitamente. 04 nov. 2025 Dal farsi trovare al farsi scegliere "Essere visibili è il minimo, essere scelti è la conquista." La SEO come disciplina della reputazione, non della tecnica. Con il traffico da ricerca in caduta libera (-33% nei dodici mesi successivi), questo cambio di prospettiva non era teorico: era operativo. 16 mag. 2026 Non vince chi si posiziona Traffico verso l'AI search +42,8% anno su anno (SimilarWeb/Wix, Q1 2026, oltre 27 miliardi di visite). L'economia della rilevanza nell'era post-ranking: vince chi viene scelto dall'AI come riferimento autorevole, non chi si posiziona in cima a Google. 04 giu. 2026 La fine del motore di ricerca unico "Dall'essere indicizzati all'essere citati." Zero-click al 58-62%, AI Overview sul 48% delle ricerche. In Italia fiducia nelle notizie al 36% e solo il 6% che paga, dato aggiornato con un anticipo di due settimane rispetto al DNR 2026. Cosa resta in piedi: brand, pubblico, scelta Tolto il traffico organico da ricerca. Tolto il modello pubblicitario display. Tolto il lettore che apre il browser e digita il nome della testata. Cosa rimane? Restano i brand. Restano i modelli di pubblico ristretto, fedele e pagante. Restano le comunità di lettori che scelgono una fonte non perché l’algoritmo gliel’ha proposta, ma perché se ne fidano abbastanza da cercarla attivamente. È un pubblico più piccolo, ma più stabile. E in un ecosistema in cui le visite si dimezzano, la stabilità vale più della scala. I dati lo confermano: tra gli under-35 italiani, Il Post raggiunge il 15% di reach settimanale e Will Media l'11%. Sono numeri apparentemente contenuti, ma corrispondono a pubblici che hanno scelto attivamente quella fonte, non che ci sono capitati. Il modello di Fanpage è diverso: massimo reach online (22%), ma bassa fiducia (41%). La scelta tra scala e reputazione non è neutra: definisce chi sarai tra cinque anni. Nell'era dell'AI, il valore di una fonte non si misura più in visite al mese. Si misura in citazioni, in trust, nella probabilità che un sistema di intelligenza artificiale la utilizzi come riferimento quando risponde a una domanda pertinente. L'obiettivo è diventare una fonte. Non un sito. Non esistono strategie universali. Esistono direzioni di marcia sensate in un contesto dato. Questo è il contesto: traffico in calo strutturale, AI che intermedia il rapporto con il lettore, fiducia che premia la neutralità e la specializzazione, monetizzazione diretta ancora molto bassa in Italia. In questo contesto, il concetto che guida le nostre analisi da quindici mesi è quello di reputazione algoritmica: la capacità di un brand editoriale, o di qualsiasi organizzazione che produce contenuto autorevole, di essere citato, non solo indicizzato. Di essere la risposta, non solo un risultato. Di costruire una presenza che sopravviva al click, perché il click sta diventando sempre più raro. --- ## Il valore delle relazioni nell'era dell'intelligenza artificiale: perché abbiamo scelto la Roma Golf Cup URL: https://sequel.consulting/news/relazioni-era-ai-roma-golf-cup/ Data: 2026-06-19 Sintesi: Nell'era dell'AI la tecnologia da sola non basta: la differenza la fanno le relazioni. Perché Sequel ha scelto di essere sponsor della Roma Golf Cup. Oggi l’intelligenza artificiale sta ridisegnando modelli di business, processi decisionali e sistemi di comunicazione, e la tecnologia da sola non basta più. La vera differenza sta nella capacità di costruire contesti in cui innovazione e relazioni generano valore reale, non nel semplice accesso agli strumenti. Per questo Sequel ha scelto di sponsorizzare la Roma Golf Cup. Marco Micheli durante il talk all'evento Un nuovo modello di crescita: tecnologia e relazioni Se la tecnologia è il fattore abilitante per la crescita delle aziende, sono le relazioni umane a creare le condizioni perché quella crescita avvenga davvero. Questa convinzione nasce da oltre vent’anni di esperienza nel digitale, durante i quali abbiamo visto evolvere piattaforme, canali e modelli di business, ma anche emergere un elemento costante: le opportunità più rilevanti nascono sempre dall’incontro tra persone. Oggi le aziende si trovano a operare in un contesto sempre più complesso, dove la frammentazione delle competenze e dei fornitori rischia di ridurre l’impatto complessivo delle strategie digitali. Per questo motivo Sequel nasce con un obiettivo chiaro: unificare strategia, tecnologia, comunicazione ed execution in un unico sistema di crescita. Perché il golf come contesto strategico La scelta di essere presenti come sponsor della Roma Golf Cup non è casuale. Il golf è uno degli ambienti più naturali per costruire relazioni di qualità tra imprenditori, manager e decision maker: tempo, concentrazione e confronto informale diventano leve per connessioni autentiche. Sul green durante la presentazione di Sequel In questa prospettiva, il circuito è un ecosistema relazionale coerente con la nostra visione di business, non solo un evento sportivo. Un impegno coerente con la visione Sequel La partecipazione alla Roma Golf Cup fa parte di un percorso più ampio: Sequel lavora alla creazione di sistemi integrati di crescita per aziende, media e istituzioni. Sistemi in cui la tecnologia è uno strumento al servizio di una direzione chiara e condivisa, non un fine. E in cui le relazioni sono un asset strategico, non un elemento accessorio. --- ## La fine del motore di ricerca unico URL: https://sequel.consulting/news/fine-motore-ricerca-unico/ Data: 2026-06-04 Sintesi: Dai bambini su YouTube ai Boomer fedeli a Google, la ricerca si frammenta per generazione, formato e intenzione. Dall'essere indicizzati all'essere citati dalle AI. Dai bambini che cercano su YouTube ai genitori fedeli a Google, ogni generazione ormai si informa in modo diverso. Sotto un mercato che sembra immobile, è cambiato tutto. E chi fa informazione e impresa è chiamato a riscrivere le proprie regole. Mia figlia ha dieci anni e quando vuole sapere qualcosa non apre Google. Apre YouTube. Io, che di anni ne ho quarantatré, digito ancora nella barra di ricerca come mi hanno insegnato vent’anni fa, anche se ho cominciato a rivolgere le mie domande a un’intelligenza artificiale. I miei genitori, infine, restano fedeli alla televisione e a quel rettangolo bianco di Google che per loro coincide con l’intera idea di “internet”. Tre generazioni, tre modi radicalmente diversi di compiere lo stesso gesto antico: cercare una risposta. Più che un aneddoto privato, è la fotografia, in scala domestica, di una delle trasformazioni più sottovalutate del decennio. La ricerca di informazioni non sta semplicemente migrando da una piattaforma all’altra. Si sta frammentando lungo le linee dell’età, del formato e dell’intenzione. E il dato più interessante è che questa frattura avviene sotto la superficie di un mercato che, guardato da lontano, sembra non essersi mosso di un millimetro. Il monolite e le crepe I numeri di Google raccontano ancora una posizione di dominio quasi assoluta. A livello globale il motore di Mountain View detiene circa il 91% del mercato, e in Italia la quota sfiora il 95%, sopra la media mondiale. Il volume complessivo delle ricerche, lungi dal contrarsi, continua a crescere del 2–3% l’anno. Chi si limita a leggere queste cifre conclude, comprensibilmente, che nulla è cambiato. Basta però cambiare la domanda. Non “quanti usano Google”. Piuttosto, “cosa succede dopo che lo hanno usato”. Il quadro, a quel punto, si capovolge. Tra il 58% e il 62% delle ricerche su Google oggi si conclude senza alcun click verso un sito esterno, quella che gli analisti chiamano zero-click search. E le risposte generate dall’intelligenza artificiale, gli AI Overview, compaiono ormai in cima al 48% delle ricerche, con una crescita del 58% in un solo anno. La domanda informativa non è diminuita. Si è spostata dentro la piattaforma stessa, prima che l’utente arrivi a un sito, a un articolo, a una fonte. Il monolite tiene, ma la relazione tra chi cerca e chi pubblica si è incrinata in profondità. La frattura più nitida è quella anagrafica. Procedendo dai più giovani ai più maturi, si attraversano cinque modi quasi incompatibili di rapportarsi all’informazione. Generazione Alpha · il motore è YouTube Per i bambini della Generazione Alpha (i nati a partire dal 2010) il vero motore di ricerca è YouTube. Il 78% dei piccoli tra i due e i dodici anni lo usa, davanti a streaming, videogiochi e TikTok. Metà di loro scopre i marchi su YouTube prima che altrove, e secondo le stime entro quest’anno il consumo della piattaforma supererà quello della televisione lineare tra gli under 12. Un dettaglio vale più di mille analisi. Il 48% di questi bambini cerca già a voce, parlando al dispositivo. Per loro la tastiera è solo una possibilità tra le altre, non il punto di partenza. Generazione Z · Google e i tre canali paralleli La Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) incarna il paradosso più istruttivo. Non ha affatto abbandonato Google. Il 90% lo usa ogni settimana, ed è anzi la fascia che più di tutte dichiara di preferirlo in assoluto. Lo affianca, però, a una costellazione di canali attivati per intenzione. L'86% effettua ricerche su TikTok ogni settimana, soprattutto per moda, bellezza, cucina e intrattenimento, e le ricerche quotidiane sulla piattaforma sono cresciute del 40% in un anno. Il 58% degli under 30 interroga ChatGPT, quota più che raddoppiata rispetto al 33% del 2023. E quando vogliono un parere autentico, in molti aggiungono la parola “reddit” alla ricerca, per scavalcare i contenuti aziendali e arrivare alle discussioni tra persone reali. Non una sostituzione, quindi. Piuttosto una stratificazione, il motore giusto per ogni tipo di domanda. Millennial · il profilo ibrido I Millennial (la mia generazione, i nati tra il 1981 e il 1996) sono il profilo ibrido per eccellenza. Restano ancorati a Google, che il 94% usa ogni settimana, ma sono in piena transizione. Il 53% dichiara ormai di preferire gli strumenti di intelligenza artificiale ai motori tradizionali. È la fascia che dichiara la maggiore competenza professionale nell’uso dell’AI, più ancora della Generazione Z. Un piede saldo nel vecchio mondo, l’altro già nel nuovo. Generazione X · lo scettico verificatore La Generazione X (nati tra il 1965 e il 1980) è quella dello scettico verificatore. Diffida della scoperta sui social. Solo il 12% considera TikTok efficace come strumento di ricerca. Predilige fonti verificabili, recensioni, siti ufficiali, e un uso del computer più marcato rispetto ai più giovani. L’intelligenza artificiale entra anche qui, ma in modo selettivo, guidata dalla convenienza più che dall’entusiasmo. Boomer · il ricercatore tradizionale Infine i Boomer, i nati tra il 1946 e il 1964, i miei genitori. Sono i ricercatori tradizionali, per i quali Google e Bing restano il punto di partenza indiscusso. Soltanto il 20% usa l’AI con cadenza settimanale, e il 71% non ha mai aperto ChatGPT. Quanto ai social come canale di scoperta, il distacco è netto. Appena il 5% degli over 65 frequenta TikTok ogni giorno, contro circa la metà dei ventenni. Lo sfidante trasversale C’è un’unica forza che attraversa orizzontalmente tutte queste generazioni, ed è l’intelligenza artificiale conversazionale. A differenza di TikTok, che resta un fenomeno fortemente generazionale, ChatGPT mostra un’adozione sorprendentemente uniforme. Il 14% dei consumatori dichiara di affidarsi più all’AI che a Google, e il dato resta sostanzialmente stabile dai più giovani ai più anziani. Le piattaforme di AI starebbero già intercettando tra il 15% e il 20% del volume delle ricerche informative. Vale però una cautela, per non scambiare un’accelerazione per una rivoluzione compiuta. Le rilevazioni più attente, quelle condotte da Semrush su coorti di utenti, suggeriscono che per ora l’AI tende ad ampliare la torta complessiva delle ricerche più che a divorare quella di Google. E persino tra i giovanissimi la preferenza dichiarata per TikTok “al posto” di Google è in realtà calata, dall'8% del 2024 al 4% del 2026. La verità è meno spettacolare, ma più impegnativa. Non un canale che ne uccide un altro. Un ecosistema che si moltiplica. Quando informarsi diventa guardare un video Il terreno su cui questa frammentazione pesa di più è quello dell’informazione giornalistica. Per la prima volta, nel 2025, TikTok è diventato negli Stati Uniti la prima fonte social di notizie tra i 18 e i 29 anni, scelta dal 43% di loro, davanti a YouTube e Facebook. Cinque anni fa, nel 2020, quella quota era ferma al 9%. Nello stesso arco di tempo l’informazione si è fatta sempre più video. Cambia il formato con cui viene raccontata, cambia anche la fiducia che i lettori le riconoscono. Reddit, dal canto suo, vive una seconda giovinezza fondata sulla fiducia. Nell’era dei contenuti generati e ottimizzati per gli algoritmi, l’esperienza autentica di un altro essere umano è tornata a essere merce rara e ricercata. Gli utenti settimanali della ricerca interna alla piattaforma sono passati da circa 60 a 80 milioni in un anno, e Google, anziché contrastare il fenomeno, lo ha cavalcato, siglando nel 2024 un accordo di licenza sui contenuti di Reddit e dando spazio ai forum nei risultati. È il segnale di un’epoca. La voce della gente diventa essa stessa fonte autorevole. Il caso italiano L’Italia non fa eccezione, e per chi fa informazione nel nostro Paese i dati del Digital News Report 2025 del Reuters Institute meritano una lettura attenta. Su scala globale, il 44% dei giovani tra i 18 e i 24 anni indica social e piattaforme video come fonte principale di notizie, contro appena il 20% degli over 55. Una forbice generazionale che ridisegna il pubblico di ogni testata. In Italia i chatbot di intelligenza artificiale restano marginali come fonte informativa per il pubblico generale, fermi attorno al 4%, ma salgono già al 12% tra gli under 35. TikTok è il social in più rapida crescita per le notizie, al 17%, in aumento di quattro punti. E il consumo di notizie in formato video sui social è passato dal 52% del 2020 al 65% del 2025. Su tutto pesano due cifre che definiscono la fragilità del mercato. La fiducia nelle notizie si attesta al 36% e soltanto il 6% degli italiani paga per l’informazione online. Un ecosistema a bassa fiducia e bassa monetizzazione è, per definizione, un ecosistema in cui la frammentazione delle fonti accelera anziché rallentare. Il lettore che non si fida e non paga è un lettore che si disperde con maggiore facilità tra video, risposte automatiche e discussioni di comunità. Dall’essere indicizzati all’essere citati Che cosa significa tutto questo per chi pubblica contenuti e per chi fa impresa? Che il modello su cui si è retta per vent’anni la visibilità digitale, posizionarsi su Google, ottenere il click, portare l’utente sulla propria pagina, sta perdendo il proprio fulcro. Se sei ricerche su dieci si esauriscono senza un click, e quasi una su due mostra una risposta generata dall’AI, il valore si sposta dall’essere indicizzati all’essere citati: dall’essere, cioè, la fonte che l’algoritmo sceglie di riportare quando risponde al posto nostro. È il passaggio che gli addetti ai lavori riassumono nella sigla che sostituisce la vecchia SEO, GEO, Generative Engine Optimization, l’ottimizzazione per i motori generativi. Cambia di conseguenza anche il cruscotto delle metriche. Accanto al traffico, indicatore in declino strutturale, emergono parametri nuovi: quante risposte dell’AI citano un marchio o una testata, quale quota di citazioni questo conquista rispetto ai concorrenti, quante persone, infine, lo cercano direttamente per nome. In un mondo a click zero, il click che conta davvero è quest’ultimo, quello che nasce dalla reputazione e non dal posizionamento. Per gli editori la posta in gioco è duplice. Da un lato la sfida di essere riconosciuti e citati dalle intelligenze artificiali, anche attraverso accordi di licenza come quelli che già definiscono il rapporto tra le grandi piattaforme e i produttori di contenuti. Dall’altro il recupero di quel premio di fiducia che il successo di Reddit dimostra ancora vivo. Quando tutto è saturo di automazione, la firma riconoscibile, la competenza dimostrata e l’esperienza autentica tornano a valere come asset competitivi, non come orpelli. La domanda nuova Verrebbe da raccontare questa trasformazione come una guerra tra piattaforme, Google contro TikTok, i motori contro l’AI, il testo contro il video. Sarebbe però una semplificazione fuorviante. Stiamo passando dalla logica del click a quella della visibilità, non da Google a un’altra piattaforma. È un cambiamento più profondo, perché tocca il modo stesso in cui un’informazione viene trovata, scelta e creduta, più che lo strumento con cui la troviamo. La domanda che imprese e testate si ponevano fino a ieri era questa: come mi posiziono su Google? La domanda di oggi, e ancor più di domani, è un’altra, e suona quasi inquietante nella sua semplicità. Cosa risponde l’intelligenza artificiale quando qualcuno chiede di me? Chi saprà rispondere per tempo a questo interrogativo, generazione per generazione, piattaforma per piattaforma, avrà fatto più che difendere la propria visibilità. Avrà capito, prima degli altri, dove si è spostata la conversazione. Una precisazione, doverosa. Gran parte di queste rilevazioni è stata condotta su campioni di utenti statunitensi, e va letta come indicazione di tendenza più che come fotografia esatta del lettore italiano. Non credo, però, che il quadro nostrano si discosti di molto da questa traiettoria. I dati del Reuters Institute sull’Italia vanno nella stessa direzione, e le piattaforme di cui parliamo, Google, TikTok, YouTube, i grandi modelli di intelligenza artificiale, sono globali per definizione. A cambiare, tra un Paese e l’altro, sono semmai i tempi. La rotta, molto meno. --- ## La nuova era della Search è iniziata: il meglio dal Google I/O 2026 URL: https://sequel.consulting/news/google-io-2026-nuova-era-search/ Data: 2026-05-20 Sintesi: Al Google I/O 2026 la Search diventa la piattaforma AI più importante di Google: Search Agents, nuova Search Box AI, era agentica. Cosa cambia per brand ed editori. Al Google I/O 2026, Google ha trasformato la Search nella sua piattaforma AI più importante. Per anni Google ha integrato l’intelligenza artificiale nella Search un pezzo alla volta. Prima RankBrain, poi BERT, MUM, AI Overview, e una serie di evoluzioni sempre più sofisticate nella comprensione semantica e nell’interpretazione delle query. Il Google I/O 2026, però, segna qualcosa di diverso. Non è più un semplice motore di ricerca che si limita a usare l’AI per migliorare i risultati. Google sta trasformando Search nel centro operativo della propria strategia AI. Il concetto stesso di ricerca online cambia, e si avvicina sempre di più a un sistema conversazionale, agentico, persistente. È probabilmente il cambiamento più importante nella storia moderna di Google Search. E il punto più interessante è che Google lo sta dichiarando apertamente. Durante il keynote, Liz Reid, VP of Search, ha spiegato che la ricerca sta passando da un modello di query individuali a un’esperienza molto più vicina a una conversazione continua. Sundar Pichai ha aggiunto il tassello dell’“agentic era”, la fase in cui Gemini, Search e gli agenti AI lavoreranno in background per aiutare gli utenti a completare compiti, monitorare informazioni, sintetizzare dati, prendere decisioni. Messi insieme, tutti questi annunci raccontano una cosa sola: Google ha accettato una realtà che il mercato intuiva da mesi. Il futuro della Search è sempre meno keyword più SERP, e sempre più conversazione, contesto, multimodalità, agenti AI, personalizzazione continua. In numeri: la scala della trasformazione AI di Google Uno degli aspetti più impressionanti del Google I/O 2026 riguarda la quantità di dati condivisi da Google durante il keynote. Per la prima volta emerge con chiarezza la scala industriale a cui l’azienda opera nel mondo AI. Sundar Pichai ha dichiarato che Google oggi processa oltre 3,2 quadrilioni di token al mese attraverso le proprie piattaforme, con una crescita di 7 volte anno su anno. Solo due anni fa il volume era pari a 9,7 trilioni di token mensili. Anche i numeri legati ai prodotti sono enormi: AI Overview ha superato i 2,5 miliardi di utenti attivi mensili AI Mode ha già oltre 1 miliardo di utenti mensili L’app Gemini ha superato i 900 milioni di utenti Le richieste giornaliere a Gemini sono cresciute di oltre 7 volte in un anno Le API dei modelli Google processano circa 19 miliardi di token al minuto Oltre 8,5 milioni di sviluppatori utilizzano i modelli Gemini ogni mese Ma c’è un dato che forse racconta meglio di tutti la direzione che Google sta prendendo. Durante il keynote è stato dichiarato che Search ha raggiunto un massimo storico di query complessive nell’ultimo trimestre. Questo significa che l’intelligenza artificiale non sta riducendo l’utilizzo della ricerca. Sta cambiando il modo in cui le persone la utilizzano. Ed è qui che emerge l’obiettivo strategico di Google. Portare il comportamento conversazionale e agentico dentro l’ecosistema Search, prima che gli utenti spostino le proprie attività informative verso piattaforme esterne come ChatGPT, Perplexity o altri sistemi AI. La ricerca diventa una conversazione continua C’è una frase pronunciata durante il keynote che probabilmente sintetizza meglio di tutte il cambio di paradigma in corso. Sundar Pichai ha spiegato che Search sta diventando “less about individual queries and more like an ongoing conversation”. Per oltre vent’anni il search marketing è stato costruito attorno a una dinamica relativamente lineare. L’utente effettua una query, Google restituisce risultati, il sito ottiene un click. Ora Google sta dicendo apertamente che il futuro della ricerca sarà molto più vicino a una conversazione continua e contestuale che a una semplice sequenza di keyword. Non si tratterà più soltanto di cercare “migliori hotel Roma” o “scarpe running uomo”. Gli utenti descriveranno problemi, obiettivi, contesto personale, preferenze e necessità articolate, lasciando che sia il sistema AI a interpretare il significato complessivo della richiesta. Ed è esattamente questo il motivo per cui Google ha annunciato la più grande evoluzione della Search Box degli ultimi venticinque anni. La nuova Search Box AI è molto più importante di quanto sembri A prima vista potrebbe sembrare una semplice evoluzione grafica, o UX. In realtà la nuova Search Box è il simbolo più evidente della trasformazione della Search. Google abbandona il concetto tradizionale di barra di ricerca come spazio dedicato alle keyword. La trasforma in un’interfaccia AI multimodale, capace di leggere testo, immagini, video, file, tab di Chrome e conversazioni continue. La nuova interfaccia suggerirà formulazioni, anticiperà intenzioni, farà interagire gli utenti con AI Overview e AI Mode in modo più fluido. È un cambiamento significativo perché segna il passaggio dalla logica della query alla logica della richiesta. Per anni la SEO si è basata sull’interpretazione delle keyword. Oggi Google sta dicendo che la ricerca del futuro sarà molto più contestuale, multimodale e conversazionale. E questo inevitabilmente modifica anche il ruolo dei contenuti e delle fonti informative. Gli Search Agents sono il vero inizio dell’era agentica La novità più importante del keynote potrebbe però essere un’altra, l’introduzione degli Search Agents. Google ha annunciato l’arrivo di agenti AI persistenti capaci di monitorare continuamente il web in background, raccogliere informazioni, sintetizzarle e notificare l’utente quando si verificano condizioni specifiche. Gli esempi mostrati durante l’evento sono molto significativi, dal monitoraggio di appartamenti allo shopping, da eventi e sport ai servizi locali, disponibilità e aggiornamenti in tempo reale. L’utente non dovrà più effettuare continuamente nuove ricerche. Sarà l’agente AI a svolgere il lavoro. Ed è qui che la Search cambia davvero natura. Per decenni cercare informazioni è stato un comportamento attivo. Aprire Google, digitare una query, confrontare risultati, visitare siti. Con gli Search Agents la ricerca diventa progressivamente un processo continuo e persistente. Questo cambia profondamente anche il rapporto tra utenti, contenuti e traffico web. La competizione futura si sposta. Non basterà più ottenere visibilità in SERP. Bisognerà diventare una fonte rilevante, affidabile, strutturata al punto da entrare nei processi decisionali degli agenti AI. Search sta diventando un ambiente operativo Un altro annuncio importante riguarda l’integrazione delle capacità di “agentic coding” direttamente dentro Search. Google ha mostrato la possibilità di generare dashboard, mini app, tracker personalizzati, simulazioni e interfacce dinamiche create in tempo reale sulla base delle richieste dell’utente. Durante il keynote è stato mostrato, ad esempio, un fitness tracker generato direttamente da Search utilizzando dati live, mappe, recensioni e informazioni contestuali aggiornate in tempo reale. Questo passaggio rompe definitivamente il confine storico tra motore di ricerca, assistente virtuale e piattaforma applicativa. Per anni Search è stata soprattutto un ponte verso il web. Ora Google vuole che Search diventi il luogo dentro cui il web viene consumato. Ed è una differenza enorme. Perché significa che molte attività che oggi richiedono l’accesso diretto a siti esterni potrebbero progressivamente essere assorbite dentro l’esperienza Search stessa. Gemini Spark e Antigravity mostrano la vera direzione di Google La parte più strategica dell’intero keynote emerge però quando si osservano insieme Search, Gemini Spark e Antigravity. Google ha presentato Spark come un agente AI personale operativo 24/7, capace di lavorare continuamente nel cloud, monitorare task, utilizzare strumenti e agire per conto dell’utente. Parallelamente Antigravity evolve in una piattaforma per orchestrare gruppi di agenti autonomi, mentre Gemini 3.5 Flash viene descritto da Google come il modello centrale della nuova era agentica. È qui che si capisce che non stiamo parlando di singole funzionalità AI. Google sta ricostruendo il proprio ecosistema attorno a un paradigma completamente diverso, fatto di AI persistente, conversazionale, multimodale e orientata ai task. E Search è il punto centrale di questa trasformazione. La parte più interessante dell’evento è forse ciò che Google non ha detto Negli ultimi mesi, attorno a GEO, AEO e AI Optimization, si è costruita una narrativa spesso semplicistica, quasi magica, fatta di presunte tecniche miracolose per “ottimizzare i contenuti per l’AI”. Ma leggendo attentamente gli annunci ufficiali emerge una realtà molto diversa. Google continua a ribadire che AI Overview e AI Mode si appoggiano ai sistemi di ranking della Search, ai segnali di qualità, alla comprensione semantica e all’autorevolezza delle fonti. Anche il concetto di grounding delle risposte conferma che i sistemi AI continuano ad avere bisogno di fonti attendibili presenti nell’indice di ricerca. In altre parole, Google non sta dicendo che la SEO scompare. Sta dicendo che una SEO puramente meccanica, costruita soltanto sulle keyword, rischia di diventare insufficiente dentro un ecosistema sempre più conversazionale, interpretativo e agentico. La vera trasformazione è un’altra: passare da una logica di puro ranking a una logica di rilevanza sistemica, più che dalla SEO alla GEO. Il vero tema ora è la rilevanza Il Google I/O 2026 lascia una sensazione chiara: Google ha trasformato Search nella propria piattaforma AI più importante. Non si tratta più soltanto di organizzare informazioni. Si tratta di comprenderle, sintetizzarle, monitorarle, personalizzarle e trasformarle in azioni. Per aziende, editori e professionisti del digitale il vantaggio competitivo si sposta. Sempre meno dalla capacità di intercettare keyword. Sempre più dalla capacità di diventare fonti riconoscibili, affidabili e rilevanti dentro ecosistemi informativi sempre più distribuiti. La vera partita si gioca altrove. Bisogna essere presenti dove conta, prima ancora di essere posizionati. --- ## Non vince chi si posiziona. Vince chi diventa rilevante dove le persone cercano, scelgono e si fidano URL: https://sequel.consulting/news/non-vince-chi-si-posiziona/ Data: 2026-05-16 Sintesi: Il traffico verso l'AI search cresce del 42,8% anno su anno: la visibilità si distribuisce tra ecosistemi diversi. Vince chi è rilevante, non chi si posiziona. Per anni il concetto stesso di ricerca online è stato quasi sinonimo di Google. Chiunque abbia lavorato nel digital marketing ha costruito strategie, contenuti e modelli di acquisizione attorno a una logica apparentemente semplice. Essere visibili nei motori di ricerca significava, di fatto, essere visibili online. Oggi quella logica si sta trasformando in fretta, anche se non è del tutto scomparsa. ChatGPT, Gemini, Claude, Perplexity e gli altri sistemi di AI search sono un nuovo layer di accesso alle informazioni. Cambiano il modo in cui le persone cercano risposte. Cambiano anche il modo in cui brand, contenuti e autorevolezza vengono scoperti, interpretati, selezionati. Secondo il report “AI Search vs Google” pubblicato da SimilarWeb e Wix Studio, nel primo trimestre 2026 il traffico verso le piattaforme di AI search è cresciuto del 42,8% anno su anno, mentre Google ha registrato una crescita del 2,4%. Nello stesso periodo, le piattaforme AI hanno superato complessivamente i 27 miliardi di visite globali. Il punto più interessante, però, non è stabilire se l’AI sostituirà Google. La vera trasformazione riguarda la frammentazione dei comportamenti di ricerca. Le persone hanno smesso di cercare solo attraverso una barra di ricerca tradizionale. Cercano su Google, certo, ma anche su TikTok, Instagram, Reddit, YouTube, nei forum, nelle community verticali e sempre più dentro sistemi conversazionali capaci di sintetizzare, confrontare, spiegare, suggerire. La ricerca non parte più sempre da Google Questo cambiamento si vede soprattutto tra le nuove generazioni. Per loro Google non è più il punto di partenza automatico. Molti utenti giovani iniziano direttamente da piattaforme social o da strumenti AI per capire un argomento, confrontare prodotti, chiedere consigli, farsi una prima opinione. Qui cambia il concetto stesso di visibilità digitale. Per anni presidiare Google significava presidiare una parte decisiva di Internet. Oggi la visibilità si distribuisce tra ecosistemi diversi, e il ranking in SERP conta meno di quanto contasse prima. Quello che conta di più è essere presenti nei luoghi in cui le persone scoprono brand, costruiscono fiducia e prendono decisioni. Google resta centrale, soprattutto nelle ricerche commerciali, locali e transazionali. Ma gli strumenti AI stanno conquistando in fretta tutto ciò che riguarda comprensione, analisi, sintesi, supporto decisionale. Sempre più utenti iniziano da ChatGPT, Gemini o Claude per ottenere una shortlist, un confronto, una spiegazione, una prima valutazione. Un contenuto non deve più solo posizionarsi bene su Google. Deve essere chiaro, autorevole, coerente, interpretabile, affidabile al punto da poter essere usato anche dai sistemi AI quando costruiscono una risposta. La partita non si gioca più solo sulle keyword. Si gioca sulla rilevanza. Dalla SEO alla economia della rilevanza Per oltre vent’anni il search marketing è stato costruito attorno a un modello lineare: intercettare una query, ottenere un click, trasformare quel traffico in attenzione, lead, clienti o autorevolezza. Le piattaforme AI stanno comprimendo questo processo, perché in molti casi l’utente non vuole più visitare dieci siti diversi per costruire una risposta. Vuole una sintesi, un confronto, una spiegazione già organizzata. Questo modifica profondamente anche il valore dei contenuti. Molti contenuti SEO tradizionali sono stati prodotti con una logica keyword-driven, spesso pensata più per intercettare traffico che per costruire reale autorevolezza. Nei nuovi ecosistemi, invece, diventano sempre più importanti i contenuti capaci di spiegare bene un concetto, offrire contesto, integrare dati, citare fonti, portare insight originali e aiutare davvero l’utente a comprendere o decidere. Report, benchmark, analisi verticali, contenuti educational, opinioni esperte e contenuti proprietari diventano quindi asset strategici, non semplici strumenti editoriali. È qui che si apre il passaggio dalla SEO tradizionale a una vera economia della rilevanza. Il vantaggio competitivo sarà essere riconosciuti come fonte attendibile nei contesti in cui persone e macchine cercano informazioni, non semplicemente ottenere traffico. Perché quando un sistema AI deve scegliere quali fonti utilizzare, sintetizzare o citare, la fiducia diventa un fattore decisivo. E quando una persona incontra un brand dentro una risposta, una ricerca, un video, una community o un contenuto social, quella fiducia deve essere già stata costruita prima. Anche Google si sta muovendo verso la rilevanza Negli ultimi aggiornamenti di Google emergono segnali chiari: più attenzione alle fonti, ai contenuti strutturati, ai forum, alle Q&A, alla dimensione semantica, alla capacità di leggere meglio contesto, intenzione, affidabilità. In altre parole, anche la ricerca tradizionale sta diventando meno meccanica e più interpretativa. Non basta più produrre contenuti per posizionarsi. Bisogna costruire un sistema di presenza, autorevolezza e fiducia che renda un brand riconoscibile sia agli algoritmi sia alle persone. Il nuovo Stanford AI Index Report 2026 conferma la velocità di questa trasformazione. L’AI è ormai un’infrastruttura che entra in modo trasversale nell’economia, nella produzione di contenuti, nella formazione, nel software, nella distribuzione delle informazioni, non più una tecnologia sperimentale. Secondo Stanford, l’adozione organizzativa globale dell’AI ha raggiunto l'88%, mentre la generative AI ha superato il 53% di adozione nella popolazione in appena tre anni, con una velocità superiore persino a quella con cui si diffusero Internet e personal computer. Questo dato aiuta a capire perché la battaglia tra Google e AI search sia un passaggio strutturale nel modo in cui le persone accedono alla conoscenza, più che una semplice questione tecnologica. Cambia il modo in cui le persone cercano informazioni, e cambia insieme il modo in cui aziende, editori e brand devono costruire autorevolezza. Ridurre tutto a una discussione tra SEO e GEO è limitante. Il tema è più ampio: riguarda il modo in cui un brand viene riconosciuto come affidabile in un ambiente digitale sempre più distribuito, dove l’utente può incontrarlo su Google, dentro una risposta generata dall’AI, in un video, in una newsletter, in una community o in una conversazione social. Il punto oggi è essere presenti dove conta, non essere primi su una keyword. Conta ancora dove conta per Google, che resta un’infrastruttura centrale della visibilità digitale. Conta dove conta per i sistemi AI, perché sempre più decisioni passeranno da risposte sintetiche, shortlist, raccomandazioni e confronti generati in automatico. E soprattutto conta dove conta per le persone: nessun algoritmo compensa davvero l’assenza di fiducia, riconoscibilità, credibilità. Nei prossimi anni il vantaggio competitivo sarà diventare un brand riconoscibile, citabile, affidabile al punto da entrare nei processi con cui le piattaforme selezionano le informazioni e le persone prendono decisioni. Posizionarsi bene non basterà. --- ## Lo stato dell’arte dell’AI e la nuova grammatica del valore URL: https://sequel.consulting/news/stato-arte-ai-grammatica-valore/ Data: 2025-11-11 Sintesi: Dall'AI Index di Stanford allo State of AI di McKinsey: l'intelligenza artificiale è un'infrastruttura economica. Cinque forze e la nuova grammatica del valore. Negli ultimi mesi i principali report internazionali sull’intelligenza artificiale raccontano tutti la stessa storia. Lo dice l’AI Index 2025 di Stanford, lo State of AI di McKinsey, gli insight di Google Cloud, Google Forward, il Google Environmental Report. L’intelligenza artificiale non è più una tecnologia da integrare. È l’infrastruttura su cui si regge l’economia globale. Nella mia esperienza quotidiana con aziende, redazioni, progetti di innovazione, riconosco in cinque forze quello che sta davvero cambiando il modo di lavorare, comunicare, competere. È da qui che si misura la distanza tra chi parla di AI e chi la sta già portando nella governance. Dalla sperimentazione all’infrastruttura economica L’AI non è più un progetto per l’innovazione. È diventata una variabile macroeconomica. Secondo l’AI Index 2025, il 78% delle organizzazioni globali utilizza già l’AI in almeno una funzione, contro il 55% di un anno fa. Gli investimenti privati negli Stati Uniti hanno superato i 109 miliardi di dollari, e la sola AI generativa ha toccato quota 33,9 miliardi. Ma non basta avere l’AI. Bisogna governarla. Come rileva McKinsey, il valore nasce quando l’AI entra nella governance. Il 28% delle aziende che ne traggono reali benefici ha il CEO come responsabile diretto della strategia AI, e il 21% ha ripensato i propri workflow da capo a fondo per integrarla nei processi. L’AI non va usata, va governata. Serve portarla in cima all’organigramma, non lasciarla nei laboratori. L’era degli agenti AI Il 2025 segna il passaggio dall’AI che risponde all’AI che agisce. Sistemi agentici capaci di leggere dati, orchestrare pipeline, produrre output verificabili stanno ridefinendo intere catene del valore. Lo mostra il report Google Cloud AI Trends 2025. Il mercato globale del Business Process Outsourcing (BPO), oggi da 250 miliardi di dollari, sarà il primo a essere trasformato. Meno lavoro ripetitivo, più orchestrazione automatizzata. La priorità si sposta su osservabilità, sicurezza, governance operativa. Non basta parlare con l’AI. Oggi bisogna farla lavorare. Gli agenti sono la nuova forza operativa delle imprese. Economia e sostenibilità del potere computazionale L’intelligenza artificiale ha un costo fisico: energia, raffreddamento, materiali. Ma sta diventando anche una leva di efficienza industriale e ambientale. Nel Google Environmental Report 2025 emerge che i data center di nuova generazione erogano sei volte più potenza di calcolo a parità di energia rispetto a cinque anni fa, con un PUE medio di 1,09, tra i migliori al mondo. Google ha inoltre firmato 8 GW di nuovi Power Purchase Agreements e ridotto del 12% le emissioni legate ai data center. Chi progetta AI ed energia come un unico sistema costruisce vantaggio competitivo e di reputazione. L’efficienza è una voce del conto economico, prima ancora che un tema etico. La finestra di opportunità per l’Europa Secondo il report Google Forward, Unlocking Europe’s AI Potential, l’AI può generare fino a 1,2 trilioni di euro di PIL aggiuntivo per l’Unione Europea nei prossimi dieci anni (+8%). Il divario con gli Stati Uniti nasce da scarso investimento privato e lentezza nell’adozione industriale, non dalla mancanza di ricerca. L’Europa però possiede un vantaggio intrinseco, qualità dei dati, regolazione, cultura della fiducia. Come ha ricordato Ursula von der Leyen all’AI Action Summit 2025: “La leadership globale è ancora tutta da conquistare.” L’Europa non deve inseguire la Silicon Valley. Deve industrializzare la propria intelligenza: adottare con metodo, integrare in sicurezza, scalare con etica e interoperabilità. Il valore europeo è nella coerenza. La nuova interfaccia della conoscenza Assistenti digitali, motori di ricerca assistivi e agenti verticali stanno ridisegnando il rapporto tra persone e informazione. L’atto del clic lascia spazio alla sintesi. La visibilità dipende dalla citabilità, non più dalla posizione nei risultati. Lo sottolinea anche Google Cloud, confermando quello che da tempo spieghiamo alle aziende con cui lavoriamo nei programmi di accelerazione. Le organizzazioni che producono dati computabili, chiari, verificabili, coerenti, entrano nel grafo delle risposte dei motori LLM. È la logica alla base del lavoro che portiamo avanti con i nostri partner. Costruire contenuti e architetture digitali che parlano il linguaggio delle macchine, senza perdere la centralità umana. Attraverso un metodo integrato che combina SEO semantica, architettura dei dati e progettazione editoriale AI-ready, stiamo già aiutando numerose redazioni e aziende a diventare fonti riconosciute e citabili, non semplici presenze online. Non serve urlare più forte online. Serve essere citabili. Nell’era dell’AI vince chi viene compreso, non chi viene semplicemente trovato. AI e informazione, l’alleato severo ma giusto Nel mondo dell’informazione l’AI non è il nemico. È un alleato che impone standard più alti. Non sostituisce il giornalismo. Lo spinge verso più tracciabilità, verificabilità, responsabilità editoriale. Una testata che sa progettare contenuti comprensibili per le persone e leggibili per le macchine diventa il nuovo interprete dell’ecosistema informativo. È la direzione in cui accompagniamo le redazioni e i brand con il nostro programma di accelerazione, basato su framework proprietari che uniscono tecnologia, dati e metodo editoriale. La mission che ci siamo dati è quella di trasformare la produzione di contenuti in un processo computabile, citabile e strategico, capace di generare fiducia e posizionamento. Le realtà che adottano questo approccio non si limitano a sopravvivere al cambiamento. Ne diventano protagoniste, e contribuiscono a scrivere le nuove regole della visibilità. L’intelligenza artificiale è un alleato severo ma giusto: premia chi progetta qualità, punisce chi improvvisa. Lavorando ogni giorno accanto a chi innova, vedo un cambiamento netto. L’intelligenza artificiale amplifica quello che le persone sanno fare meglio, non le sostituisce. La vera sfida è governare questo cambiamento con lucidità, trasformando la complessità in opportunità. L’AI è già il presente dell’intelligenza umana, non una tecnologia del futuro da rincorrere. --- ## Che ne sarà dei media? Dal farsi trovare al farsi scegliere nell’era della co-intelligenza URL: https://sequel.consulting/news/dal-farsi-trovare-al-farsi-scegliere/ Data: 2025-11-04 Sintesi: Essere visibili non basta più: la vera conquista è essere scelti. Come fiducia, identità e co-intelligenza tra persone e AI cambiano il modo di fare media. Quest’anno a Intersection 2025 parliamo di un tema che attraversa tutti i mondi dell’informazione. Che ne sarà dei media nell’epoca dell’intelligenza artificiale? Lo faremo attraverso le testimonianze di tre protagonisti che, ognuno a modo suo, sta ridefinendo i confini del proprio settore: Claudia Uccelli, CEO di Pazienti.it, una realtà che ha costruito fiducia e community in un settore dove l’affidabilità conta più di tutto; Roberto Boella, CSO di LaPresse, che sta portando l’azienda da agenzia fotografica ad agenzia di stampa, fino a un brand editoriale integrato; Andrea Pontini, Founder di InsideOver, che ha reso un progetto giornalistico riconoscibile a livello internazionale lavorando su identità visiva, storytelling e coerenza, con un modello di business che in Italia non ha veri paragoni. Tre esperienze diverse. Il filo conduttore è la capacità di tenere insieme strategia, tecnologia e fiducia del pubblico, in un mercato sempre più complesso. Dal traffico al valore Negli ultimi anni il web ha cambiato pelle. Il traffico, da solo, non basta più a garantire la tenuta di un progetto editoriale. La quantità di contenuti ha superato la soglia del sostenibile. L’intelligenza artificiale ha solo accelerato un processo già in corso, la proliferazione di siti speculativi e contenuti di basso valore, pensati per intercettare clic e monetizzazione facile. Il risultato è un’inflazione informativa che ha inquinato la rete. Oggi è più difficile distinguere ciò che è autentico da ciò che è costruito a tavolino. Google, in risposta, si sta trasformando da motore di ricerca a curatore di contenuti. Seleziona quello che ritiene affidabile, riconoscibile, degno di fiducia; il resto lo lascia indietro. È una forma di content curation algoritmica. Premia chi ha costruito, e continua a costruire, un brand editoriale solido capace di legare davvero alla propria audience. Chi conosce, ascolta e valorizza il proprio pubblico ha oggi un vantaggio reale sull’universo dei contenuti speculativi. La SEO è diventata una disciplina della reputazione, fatta di credibilità, coerenza e fiducia costruite ogni giorno. Lo vediamo ogni giorno nei progetti che accompagniamo. Le realtà che crescono sono quelle che uniscono strategia e fiducia in modo misurabile. Ed è la prospettiva con cui lavoriamo al fianco di editori e brand: andare oltre l’uso tattico di piattaforme e strumenti, verso una cultura della co-intelligenza che genera valore nel tempo. La co-intelligenza tra persone e AI Qui entra in gioco la co-intelligenza, la collaborazione sempre più stretta tra persone e sistemi, tra cultura e algoritmo. L’AI non sostituisce la produttività. La amplifica. Il ruolo umano si rafforza: decisioni più rapide, strategie più precise, contenuti più efficaci. La differenza sta nel modo in cui l’AI viene integrata. Come leva per interpretare i dati, capire i segnali e migliorare i processi aziendali, funziona. Come scorciatoia per produrre più contenuti più in fretta, serve a poco. Chi riesce a far convivere tecnologia e visione trasforma la propria presenza digitale in un vantaggio competitivo che dura nel tempo. Dal farsi trovare al farsi scegliere Essere visibili oggi è il minimo. Essere scelti è la vera conquista. Il pubblico cerca punti di riferimento affidabili più che semplice informazione. Credibilità, coerenza narrativa e riconoscibilità del brand sono le nuove valute della visibilità. Questo racconteremo sul palco di Intersection 2025. Come fiducia, identità e tecnologia possono convivere, e come la co-intelligenza tra persone e sistemi stia cambiando per sempre il modo di fare media. Ma fiducia e identità, e di conseguenza il traffico, non nascono per caso. Sono il risultato di un lavoro strutturato, di un metodo che parte dalla consapevolezza interna di ogni realtà, che sia un editore, un’azienda o un content creator. Una consapevolezza che deve coinvolgere ogni livello dell’organizzazione, dal top management a chi ogni giorno crea contenuti, gestisce dati o dialoga con il pubblico. Il percorso richiede strumenti, analisi, lettura dei dati e, soprattutto, metodi di lavoro capaci di tenere insieme persone, processi e tecnologia. È il terreno su cui lavoriamo noi. Aiutiamo le aziende a costruire questa consapevolezza e a trasformarla in risultati misurabili. Chi ha già intrapreso questo cammino con noi vede i frutti: strutture più agili, strategie più chiare, decisioni più informate. Chi rimanda, spesso se ne accorge troppo tardi, quando le opportunità sono già sfumate. Il vantaggio competitivo non si recupera con un aggiornamento tecnico. Richiede una cultura del cambiamento. --- ## La nuova economia della rilevanza URL: https://sequel.consulting/news/nuova-economia-rilevanza/ Data: 2025-10-08 Sintesi: L'indicizzazione su Google non è più automatica: cura, seleziona, dimentica. Benvenuti nella nuova economia della rilevanza, dove ogni pagina deve meritare spazio. Google ha smesso di archiviare tutto quello che trova. Ora cura, seleziona, e a volte dimentica. A volte viene da chiedersi se non stiamo assistendo, in silenzio, alla fine di un’epoca. Per anni l’indice di Google è stato percepito come una biblioteca infinita, un archivio neutrale dove ogni pagina aveva diritto di esistere in attesa di essere trovata. Quella biblioteca ha cambiato natura. Non conserva più tutto quello che riceve. Sceglie cosa tenere, cosa scartare, cosa lasciare a metà strada tra la scansione e la memoria. Nel 2025 Google ha introdotto, senza mai dichiararlo apertamente, un principio di funzionamento nuovo. L’indicizzazione non è più scontata, è condizionata da una logica selettiva che intreccia qualità, fiducia e interazione. Google archiviava. Oggi valuta e modella il sapere digitale. È l’alba di quella che chiamiamo la nuova economia della rilevanza. Dall’indice universale all’indice selettivo Tra maggio e giugno 2025 i dati di Search Console di migliaia di siti nel mondo hanno mostrato un pattern anomalo: un calo improvviso delle pagine “indicizzate” e un’impennata della voce “Scansionata, attualmente non indicizzata”. Marie Haynes, una delle SEO analyst più seguite a livello internazionale, ha documentato il fenomeno nel dettaglio. “Google sembra aver rimosso in massa pagine che probabilmente non avrebbe mai mostrato agli utenti. Pagine vecchie, duplicate, o semplicemente ignorate.” Haynes descrive l’accaduto come un vero e proprio repulisti qualitativo dell’indice, una revisione algoritmica che privilegia contenuti attivi, unici e ancora capaci di generare interazione da parte degli utenti. Il fenomeno è finito anche sotto i riflettori di Search Engine Roundtable. John Mueller, Search Advocate di Google, ha risposto alle segnalazioni. “I nostri sistemi effettuano regolarmente aggiustamenti su ciò che viene scansionato e indicizzato. È normale che non tutto resti nell’indice nel tempo.” (John Mueller su Bluesky, 5 giugno 2025) Letta tra le righe, è un’ammissione che conferma il passaggio da una logica di inclusione universale a una gestione attiva dell’indice. Mueller non parla di bug, né di penalizzazioni. Parla di “adeguamento”. Come se Google avesse deciso di potare l’albero del web, lasciando soltanto i rami che fioriscono. L’indice come sistema di fiducia Nel nuovo paradigma essere indicizzati è un atto di fiducia algoritmica. La pagina deve meritare spazio, per qualità testuale e per risonanza nell’ecosistema. Google incrocia segnali diretti e indiretti. Guarda al contenuto, ma soprattutto al suo impatto reale: l’interazione la freschezza la credibilità l’accessibilità L’indice meritocratico Martin Splitt, Developer Advocate di Google, l’ha detto senza troppi giri di parole nel marzo 2025. “Abbiamo dato a certe pagine una chance. Gli utenti non le hanno usate. Altri contenuti hanno funzionato meglio.” Poche frasi, ma bastano a sintetizzare la nuova logica. L’indice è meritocratico. Conta la qualità intrinseca di una pagina, certo. Ma conta ancora di più la prova empirica del suo valore, il comportamento degli utenti. Senza interazioni, l’algoritmo legge la pagina come irrilevante e la rimuove. È pura economia di scala, il tema che avevamo già affrontato nell’articolo su sostenibilità, AI e crollo del traffico. Dall’abbondanza alla scarsità Per almeno due decenni la SEO si è retta su un presupposto semplice, più pagine uguale più opportunità. Nel 2025 questo paradigma si è ribaltato. La produzione di contenuti è cresciuta a dismisura, spinta dall’intelligenza artificiale generativa e dalla proliferazione di siti speculativi, e ha saturato il web a una velocità mai vista. Ogni giorno nascono decine di nuovi siti, milioni di pagine, spesso indistinguibili tra loro. Per Google l’indice è un territorio da tenere sotto controllo, più che da far crescere all’infinito. Lo dice bene Adam Gent, fondatore di Indexing Insight. “L’indicizzazione non è più automatica: va guadagnata. L'88% delle pagine rimosse nel nostro campione di 1,7 milioni di URL presentava problemi di qualità o scarso engagement.” (Indexing Insight Report, giugno 2025) La logica è cambiata: l’abbondanza è diventata un costo. Google punta all’efficienza e taglia la ridondanza, con l’obiettivo di mantenere un indice utile, che serva davvero l’esperienza di chi cerca. La semantica invisibile della reputazione algoritmica Dentro questa nuova economia della rilevanza si sta formando una semantica invisibile della fiducia. Google legge il valore dei contenuti attraverso segnali quantitativi e qualitativi che, messi insieme, costruiscono una vera e propria reputazione digitale. Ne parliamo anche in Da brand a fonte, l’evoluzione silenziosa dell’editoria digitale. Più che un punteggio o una metrica, è una narrativa algoritmica che si costruisce nel tempo, intorno a poche domande semplici. Chi sei Cosa pubblichi Come reagisce il pubblico ai tuoi contenuti Quanto sei rilevante per gli altri In questa prospettiva la deindicizzazione è più un giudizio di irrilevanza momentanea che un fallimento vero e proprio. Una pagina può essere letta ma non conservata, un po’ come un articolo pubblicato ma non ritenuto degno di nota da una rivista scientifica. L’indice come specchio della fiducia C’è un aspetto quasi antropologico in questa trasformazione. L’indice non guarda solo ai contenuti. Guarda alla credibilità del contesto che li produce. Google sta passando da motore di ricerca a curatore di conoscenza collettiva, e la visibilità va a chi mantiene costanza, autenticità e riconoscibilità nel tempo, fattori su cui lavoriamo con gli editori da anni. La direzione è chiara. Il web passa da un indice universale, inclusivo e indiscriminato, a un indice intenzionale, costruito su criteri di valore, pertinenza e fiducia. È una transizione strutturale. L’esistenza digitale diventa una concessione, non più una certezza acquisita. Nel nuovo ecosistema informativo la visibilità si negozia, non si dà più per scontata. Google resta la memoria del web, ma è diventato soprattutto la sua coscienza selettiva. Non tutti, per fortuna, stanno subendo questo cambiamento passivamente. C’è chi lo sta leggendo in anticipo. In oltre vent’anni di lavoro con i principali editori italiani, nel gruppo Evolution, abbiamo visto che chi adotta un approccio consapevole e orientato al valore resiste meglio a ogni scossa dell’indice. Gli altri, semplicemente, si ritrovano più esposti. --- ## L'estate in cui Google ha riscritto le regole URL: https://sequel.consulting/news/estate-google-riscritto-regole/ Data: 2025-09-22 Sintesi: Tra lo Spam Update di agosto e la rivoluzione di Discover, Google ha riscritto le regole: non basta più essere presenti, bisogna farsi scegliere e seguire. 22 settembre 2025 – oggi Google ha ufficialmente chiuso il rollout dello Spam Update di agosto. Ho scelto questa data per scrivere queste righe perché segna la fine di un’estate che, a mio avviso, rimarrà come una delle più impattanti degli ultimi quindici anni. Ho visto tanti aggiornamenti susseguirsi negli anni. Alcuni sono passati inosservati, altri hanno lasciato cicatrici. Ma ci sono stati momenti spartiacque che hanno cambiato per sempre il modo di fare SEO e di essere online. Ricordo l’arrivo del Mobile First Index, che ha reso invisibili i siti non ottimizzati per smartphone. Ricordo Penguin, che ha ribaltato il concetto di link building. Bene: quello che stiamo vivendo oggi con gli ultimi update e con la rivoluzione in corso su Discover, appartiene esattamente a questa categoria. È un momento epocale. E non lo dico da semplice osservatore esterno, ma con il punti di vista di chi, come me, ogni giorno lavora a stretto contatto con editori, redazioni e aziende per tradurre questi segnali in strategie concrete. Google non decide più da solo C’è un punto chiaro che emerge da questa estate: Google non riesce (e non vuole più) discriminare in modo chirurgico la qualità dai siti speculativi che hanno inondato la rete e sono cresciuti esponenzialmente negli ultimi anni, erodendo traffico e audience a chi prova a fare un lavoro qualitativo ogni giorno. Le sue risorse sono orientate sull’AI, come lo dimostrano i report ufficiali e come vediamo, ad esempio, dalla Search Console e dal massiccio processo di deindicizzazione delle pagine di scarso valore di cui avevo parlato in un recente articolo. Link a: Sostenibilità, AI e crollo del traffico: il costo nascosto per l’ambiente e le nuove sfide per gli editori digitali La conseguenza è che Google sta spostando la responsabilità sugli utenti: saremo noi a determinare cosa vogliamo vedere ciascuno nel proprio feed. È un passaggio chiave, che ci avvicina sempre di più alle dinamiche dei social network. Io stesso mi ritrovo, ogni tanto, a dover “rieducare” l’algoritmo di Instagram o di TikTok quando inizia a propormi contenuti ripetitivi o lontani dai miei interessi. Ecco: lo stesso accadrà in Discover. Con il pulsante Segui e la maggiore integrazione dei creator, Google ci sta dicendo chiaramente che il futuro del feed dipenderà anche dalle nostre scelte attive, non solo dal suo algoritmo. E questo apre un nuovo paradigma: non basta più essere “presenti” su Google, bisogna diventare un punto di riferimento che le persone scelgono di seguire. Attenzione però: non è affatto scontato. Ne avevo già parlato in un mio precedente articolo e i dati più recenti lo confermano: a livello globale cresce il fenomeno della News Avoidance, ovvero la scelta consapevole degli utenti di evitare le notizie. Questo significa che la sfida non è solo diventare un punto di riferimento, ma ricostruire un rapporto autentico con i propri lettori. Link a: Basta dare la colpa a Google: ecco il vero nemico del giornalismo Bisogna interrompere quel cortocircuito che per anni ha condizionato il settore: meno lettori = meno ricavi = meno investimenti in qualità = più scorciatoie = più sfiducia = meno lettori. Oggi quel circolo vizioso va spezzato. Serve indagare meglio la propria audience, conoscerla davvero, adottare nuovi linguaggi di comunicazione e creare un percorso di contatto più diretto e duraturo. Lo dicevamo da tempo Chi ci segue lo sa: da anni invitiamo gli editori a brandizzare i portali, a vestirli con una giacca e cravatta digitale per trasmettere solidità, identità e autorevolezza. Lo dicevamo già quando sembrava un eccesso di zelo, lo ribadiamo oggi che i fatti ci danno ragione: Google premia la stabilità, la coerenza, i segnali di fiducia. E torna – con Discover – ad una logica simile a quella del vecchio Google News, quando i follower di una testata erano al tempo stesso un indicatore qualitativo e un acceleratore di visibilità. Uno spartiacque che apre opportunità Scordiamoci il passato fatto di hack, tecnicismi e scorciatoie. Oggi Google sta tornando alle origini: un ecosistema dove a contare davvero sono il contenuto e la community. Per i brand e per gli editori seri questa è un’occasione irripetibile: tornare al centro della scena, riconquistare spazio, farsi “seguire” non solo metaforicamente ma anche letteralmente dentro Discover. È proprio questo che servirà a colmare il gap che negli ultimi anni ha visto i siti speculativi erodere traffico e audience. Oggi, finalmente, soltanto chi è davvero un brand e ha costruito legami autentici con i propri utenti potrà trasformare quella fiducia in un seguito reale: non più soltanto un concetto astratto, ma un vero e proprio pulsante “Segui”. Non è solo un aggiornamento tecnico: è un cambio di rotta. Bisogna tornare a fare il lavoro più difficile e più solido: diventare brand o confermare di esserlo. Un tema che avevo già sottolineato in un recente articolo, “Da Brand a Fonte”: perché l’AI generativa aveva già iniziato a impattare, mostrando a tutti l’urgenza di evolvere da semplici siti a brand, e poi da brand a vere e proprie fonti. Link a: Da Brand a Fonte: l’evoluzione silenziosa che riscrive il futuro (e il presente) dell’editoria digitale E il bello è che tutto questo non si regge solo sulle parole, ma su azioni, metriche e KPI. È un approccio che stiamo già applicando in molte redazioni italiane di primo piano, attraverso il nostro metodo della Redazione S.M.A.R.T., che ha nella misurabilità uno dei suoi punti di forza. Perché siamo convinti che ogni strategia – anche nel mondo editoriale – debba poggiarsi su indicatori chiari, che permettano di capire se stiamo andando nella direzione giusta. È grazie a questo approccio che le redazioni con cui lavoriamo riescono a trasformare le intuizioni in risultati misurabili e sostenibili. Chi lo capisce ora, avrà un vantaggio competitivo enorme domani. Non è una sorpresa: è il percorso che stiamo già costruendo con chi ci ha dato fiducia. --- ## Parola chiave: Disintermediazione - Crescere in un ecosistema dominato da creator, short video, AI e sfiducia URL: https://sequel.consulting/news/disintermediazione-media/ Data: 2025-07-31 Sintesi: Disintermediazione, short video, creator, AI e sfiducia: il Digital News Report 2025 fotografa un sistema mediatico stravolto. Come crescere nel nuovo ecosistema. In Italia abbiamo l’abitudine di guardare con distacco ai dati che arrivano dai mercati globali, illudendoci che ciò che accade altrove non ci toccherà mai davvero. Stavolta però il Digital News Report 2025 del Reuters Institute for the Study of Journalism racconta qualcosa che non possiamo permetterci di ignorare. È la radiografia di un sistema mediatico profondamente cambiato, non solo una serie di numeri, e rischia di travolgere il modo in cui intendiamo i media, il lavoro dei giornalisti e la stessa idea di informazione. Negli Stati Uniti, per la prima volta, social e piattaforme di video-sharing hanno sorpassato TV e siti web come principale fonte di informazione. Il calo silenzioso ma costante dei canali tradizionali è il primo grande segnale di allarme. Il termine per questo fenomeno è disintermediazione: il pubblico va direttamente alla fonte, spesso un creator o un influencer, e lascia i media tradizionali fuori dal percorso. È un ripensamento radicale del modo in cui le persone cercano notizie e decidono di chi fidarsi, non una semplice perdita di pubblico. La vera domanda oggi è: chi possiede davvero il tempo, la fiducia e l’influenza? Storiche redazioni e testate giornalistiche perdono centralità, oltre che audience. È tempo di ridefinire il ruolo stesso dei media tradizionali. Mentre i brand storici perdono terreno, guadagnano spazio influencer, creator e streamer. Negli USA un quinto degli intervistati segue regolarmente figure come Joe Rogan; in Francia HugoDécrypte raggiunge il 22% dei giovani. L’elemento comune è chiaro: cerchiamo persone che selezionano, interpretano e commentano, più che semplici notizie. Il pubblico under-35 vuole contenuti che uniscano una voce, un volto e un ritmo, non semplice cronaca. A complicare ulteriormente il quadro intervengono TikTok, YouTube e il dominio degli short-video. A livello globale, il 65% delle persone si informa tramite video-news sui social. TikTok è cresciuto molto, specialmente in Asia: in paesi come la Thailandia quasi metà della popolazione si informa abitualmente tramite questo canale. Anche il podcast è diventato centrale. I formati audio-video brevi sono ormai imprescindibili per chi vuole raggiungere il pubblico, e i redattori non possono più ignorare il video se vogliono restare rilevanti. Accanto a questa rivoluzione digitale e visiva c’è l’intelligenza artificiale. Un numero crescente di persone, soprattutto giovani, usa già chatbot per informarsi, ma non senza riserve: l’AI è percepita spesso come meno trasparente e meno affidabile rispetto al giornalismo umano. Il paradosso è che l’innovazione che dovrebbe aiutare rischia di indebolire ulteriormente la fiducia, già fragile, nelle istituzioni mediatiche. Il cuore del problema è la fiducia. Solo il 40% degli intervistati ha dichiarato di fidarsi ancora dei media tradizionali, mentre cresce l’ansia per la disinformazione. Politici e influencer sono le principali fonti percepite di contenuti dubbi. Le redazioni si trovano così in una posizione scomoda: devono riconquistare credibilità, combattere le fake news ed essere competitive nel mercato digitale. Il modello economico delle notizie online, poi, è in crisi. Nonostante gli sforzi per costruire abbonamenti e paywall, solo il 18% degli utenti dei paesi più ricchi paga per accedere alle notizie online. È una realtà stagnante, che rende difficile immaginare un futuro sostenibile per le redazioni digitali senza una revisione profonda del modello di business. Lo spunto operativo, oggi, è monetizzare soprattutto la relazione con il lettore, non solo il contenuto. Quello che abbiamo di fronte è un sistema mediatico globalizzato ma profondamente disomogeneo: il Nord Europa resta più legato ai media tradizionali, mentre America Latina, Asia e Africa spingono verso social e influencer. È una geografia complessa che ci obbliga a ripensare strategie e modelli, sempre meno universali e sempre più locali. Questa situazione, complessa e scomoda, è alimentata da un sistema che premia velocità e superficialità a discapito della qualità e della profondità. Si innesca così un ciclo perverso: meno attenzione, più superficialità, meno fiducia, minori entrate e un giornalismo sempre più debole, incapace di reagire in modo deciso alla crisi che lo sta travolgendo. Italia: la difficile transizione digitale dei media Il mercato italiano dei media sta vivendo una trasformazione profonda, segnata dall’ascesa di piattaforme digitali internazionali e da una televisione tradizionale che resiste, ma cambia volto. La TV resta il pilastro principale del settore mediatico legacy: genera circa il 72% dei ricavi complessivi, e Rai, Sky e Mediaset insieme controllano ancora circa il 70% del mercato televisivo. Lo spazio conquistato da piattaforme streaming come Netflix, DAZN, TIM, Amazon e Disney, però, è in rapida espansione e arriva ormai quasi al 20% del totale. Nel frattempo, la stampa continua la sua lenta ma inesorabile contrazione, con segnali emblematici come la recente chiusura dell’edizione italiana del giornale gratuito Metro dopo 25 anni, e le cessioni di testate locali da parte del gruppo GEDI. Il declino riguarda il rapporto di fiducia e influenza con il pubblico, sempre più attratto da piattaforme digitali native, non solo l’aspetto economico. Sul fronte digitale, l’advertising online è ormai il 61% dei ricavi pubblicitari totali. Ma qui la partita è sbilanciata a favore dei colossi internazionali come Google e Meta, che da soli catturano l'85% degli introiti digitali: agli editori tradizionali italiani resta solo il 15%. Anche il mondo delle news online cambia rapidamente: i broadcaster come Mediaset e Rai mantengono una buona presenza, ma sono le testate digitali come Fanpage, Il Post e Will Media ad attrarre di più il pubblico giovane e a sperimentare nuovi modelli di business basati sulla membership. Solo il 9% degli italiani, però, è disposto a pagare per contenuti informativi online. In questo contesto già complesso, l’Italia si confronta anche con le sfide poste dall’intelligenza artificiale: l’esperimento del quotidiano Il Foglio, che ha pubblicato un’edizione completamente generata dall’AI, e il caso GEDI-OpenAI, con i rilievi sollevati dal Garante della Privacy, mostrano quanto sia delicato e urgente affrontare con chiarezza le implicazioni etiche e regolamentari dell’innovazione tecnologica nel giornalismo italiano. Chi vince davvero nel 2025? Per vincere bisogna padroneggiare formati brevi e multimediali, senza perdere gli standard etici del giornalismo. Conta investire in personalità editoriali forti, capaci di costruire relazioni autentiche con il pubblico. Conta integrare l’AI in modo consapevole e trasparente. E conta creare community attorno a contenuti esclusivi, non solo distribuire notizie. Il giornalismo come lo abbiamo conosciuto non tornerà. Chi vuole salvare l’essenza della professione deve accettare un cambiamento radicale, non rincorrerlo in ritardo. È una questione di scelte concrete, non di buone intenzioni. --- ## Sostenibilità, AI e crollo del traffico: il costo nascosto per l'ambiente e le nuove sfide per gli editori digitali URL: https://sequel.consulting/news/sostenibilita-ai-crollo-traffico/ Data: 2025-07-28 Sintesi: Sostenibilità ed efficienza energetica cambiano come Google indicizza il web. Dal Great De-indexing al Change Rate Estimator, cosa devono fare oggi gli editori. L’ultimo Environmental Report di Google, pubblicato il 27 giugno 2025, mette a nudo un problema che il colosso di Mountain View non può più rinviare: la domanda energetica dell’intelligenza artificiale cresce più in fretta di qualunque piano di sostenibilità riesca a inseguire. Nel 2024 l’azienda di Mountain View ha registrato un aumento del 27% nel consumo elettrico dei suoi data center. La potenza computazionale che serve ai modelli AI più avanzati, quelli dietro le grandi reti neurali, si paga così. E però, grazie a investimenti massicci in energie rinnovabili e a infrastrutture più efficienti, Google è riuscita a ridurre del 12% le emissioni di carbonio correlate. Sono entrati in funzione oltre 25 nuovi progetti di energia rinnovabile, per 2,5 GW di potenza pulita aggiuntiva, mentre altri 8 GW sono già stati contrattualizzati per il futuro. L’efficienza è migliorata soprattutto grazie ai chip TPU v5 “Ironwood”, 30 volte più efficienti della prima generazione Google del 2018. La quantizzazione dei modelli di apprendimento automatico, poi, ha accelerato del 39% l’addestramento dei grandi modelli linguistici, con meno risorse computazionali richieste. Il consumo energetico, però, non è l’unico costo ambientale di questa corsa. C’è l’acqua. Nel 2023 i data center di Google hanno usato 6,1 miliardi di galloni d’acqua potabile per il raffreddamento, quanto il fabbisogno annuale di irrigazione di circa 40 campi da golf. Il solo centro di Council Bluffs, in Iowa, ne ha consumati 980 milioni, l’equivalente di 6,5 campi da golf. In Virginia del Nord, hub mondiale dei data center, il consumo idrico è salito del 65% tra il 2019 e il 2023. Una traiettoria che pone domande serie di sostenibilità e di responsabilità ambientale. Google ha risposto intensificando i progetti di riciclo e ripristino idrico. Nel 2024 ha compensato il 64% dell’acqua dolce utilizzata, contro il 18% dell’anno prima. Resta però un dato di fondo. La crescita dell’AI ha costi ambientali reali, e non tutti si possono compensare. Parallelamente, la sostenibilità sta ridisegnando anche il modo in cui Google gestisce il traffico verso i siti. Sostenibilità digitale e selezione editoriale: come cambia Google e cosa devono fare gli editori Da anni Google porta avanti un percorso di sostenibilità ambientale ed efficienza energetica, e il modo in cui indicizza e organizza il web ne porta i segni. Googlebot, lo spider di Google, è diventato più selettivo e più parsimonioso. Le richieste di re-crawl per le pagine rimaste invariate per oltre un mese sono scese del 14% rispetto al 2021. Un white-paper presentato alla conferenza Hot/Storage 2024 attribuisce a questo cambiamento un risparmio energetico di circa 3,2 TWh all’anno, quanto il consumo di 280.000 case europee. Al centro di questo approccio c’è il Change Rate Estimator, un algoritmo entrato in vigore nel quarto trimestre 2023. Decide se un URL merita davvero una nuova visita, e rimanda fino a 90 giorni le pagine con meno dello 0,2% di probabilità di cambiamento, a meno che non arrivi un segnale fresco dalla sitemap o da un link nuovo. Anche la velocità di caricamento entra nel calcolo energetico. Martin Splitt lo ha mostrato con dati interni al Chrome Dev Summit 2023. Le pagine con un Largest Contentful Paint sotto i 2,5 secondi ricevono quasi il doppio delle visite dal crawler, perché consumano meno CPU. Google ha cambiato anche la strategia di indicizzazione, passando da una logica onnivora a un “catalogo esclusivo”. Uno studio dell’analista Vincent Schmalbach, su un campione di 1.200 domini, lo dimostra: nel 2025 è stato indicizzato solo il 42% degli URL inviati, contro il 90% del 2019. Oggi Google privilegia i contenuti con alta originalità semantica, misurata con il nuovo sistema MUVERA*, autorevolezza del dominio e dati strutturati completi. La stretta più evidente porta un nome, il “Great De-indexing” del 27–29 maggio 2025, quando Search Console ha registrato 275 milioni di pagine in più nello stato Crawled, currently not indexed. Marie Haynes ha analizzato il fenomeno: il 71% di quelle pagine conteneva contenuti di scarsa originalità, testi parafrasati, liste prodotto senza recensioni, articoli vecchi e poco letti. Negli stessi giorni Google pubblicava la versione 9.3 delle Quality Rater Guidelines, con il nuovo flag “Paraphrased / Low-Originality Content”. Difficile pensare a una coincidenza. Gary Illyes, analista senior di Google, l’ha detto senza mezzi termini in un episodio del podcast Search Off The Record dedicato proprio alla sostenibilità del crawling. “Il crawling è un frutto bassissimo sul ramo quando cerchi di ridurre l’impatto ambientale: meno pagine inutili, meno CO2.” - Gary Illyes, Search Off The Record, episodio «Making crawling more sustainable», 11 novembre 2022 Per gli editori digitali cambia la partita. Produrre grandi volumi di contenuti generici non basta più. Serve puntare su contenuti unici, di qualità alta, con valore aggiunto reale. E serve lavorare sulla performance tecnica dei siti: caricamento più rapido, Core Web Vitals sotto controllo, monitoraggio regolare per anticipare eventuali de-indicizzazioni. Ottimizzare i Core Web Vitals lato server alleggerisce del 40% la CPU che Google spende per il rendering, come ha raccontato Abhijit Saha del team Sustainability. Intelligenza artificiale e sostenibilità sono ormai due facce della stessa medaglia per chi pubblica online. Chi lo capisce per tempo si consolida. Chi lo ignora resta fuori dall’indice. Investire in contenuti originali, tecnicamente efficienti, coerenti con le linee guida E-E-A-T (Experience, Expertise, Authoritativeness, Trustworthiness) serve a restare visibili online. Serve anche a operare in modo responsabile, in un ecosistema digitale che deve fare i conti con limiti energetici sempre più stringenti. John Mueller lo ha ribadito nelle Office Hours di dicembre 2024. “Indicizzare tutto non è più sostenibile né utile; puntiamo a un indice con qualità netta positiva.” - John Mueller, Office Hours, dicembre 2024 Il risultato è una compressione visibile. Finiscono in indice solo le pagine che portano informazione nuova, caricate su siti rapidi e leggeri. Unicità, performance e segnali di autorevolezza sono ora imprescindibili, non più un semplice consiglio di buona pratica. Le sfide poste da AI e sostenibilità non spariranno. Gli editori che restano al centro del mercato sono quelli che tengono la qualità e l’autenticità del proprio lavoro giornalistico come unico vero vantaggio competitivo. *MUVERA è l’algoritmo con cui Google semplifica la ricerca tra dati complessi, come i documenti rappresentati da più vettori (uno per ogni parola), senza perdere precisione. Condensa queste rappresentazioni in un singolo vettore sintetico, chiamato FDE, che mantiene l’essenza del contenuto originale. Il risultato sono metodi di ricerca più rapidi, con tempi e costi computazionali molto più bassi e un’accuratezza vicina a quella dei sistemi più sofisticati. --- ## Da ricerche a risposte: la transizione dalla SEO tradizionale alla GEO è il segnale di un intero ecosistema che cambia paradigma URL: https://sequel.consulting/news/da-ricerche-a-risposte-geo/ Data: 2025-06-13 Sintesi: Dalla SEO alla GEO: perché il motore di risposte cambia la visibilità online e cosa serve per ottimizzare i contenuti per i sistemi generativi. Riccardo Terzi guida le News Partnerships di Google. Il suo ultimo intervento sul modo in cui cambia la ricerca online è tra i più lucidi che ho letto quest’anno. Vale la pena spiegare perché. Per decenni la ricerca ha funzionato in un solo modo. Si digitano parole chiave, si scorre una lista di link, si apre una pagina dopo l’altra finché non si trova la risposta. Terzi cita una metrica che uso anch’io da anni per giudicare la qualità di un sito, il pogo sticking. È quando l’utente clicca su un risultato, non trova quello che cercava e torna indietro subito, con il tasto back, per provare altrove. Google guarda molto a questo comportamento. Il motivo è semplice: si considera prima un motore di risposte, poi un motore di ricerca. Se l’utente torna indietro, qualcosa nel contenuto non ha funzionato. Oggi quel modello si sta rompendo. ChatGPT, Perplexity, Google SGE non si limitano più a mostrare link: rispondono, riassumono, guidano la conversazione dentro un’interfaccia che sembra un assistente, non un elenco di risultati. L’AI, in questo passaggio, decide cosa viene mostrato e come. È un gatekeeper delle informazioni. L’utente non ha più bisogno di cliccare su un link o di visitare un sito: la risposta arriva già pronta, dentro l’ambiente conversazionale. La conseguenza è che il traffico web perde peso come KPI per editori e marketer. Nel vecchio modello SEO il traffico era tutto: più visitatori, più ricavi pubblicitari. Se la risposta arriva senza clic, quell’equazione non regge più. Da qui nasce la GEO, la Generative Engine Optimization. Non punta più a scalare un ranking. Punta a farsi scegliere dagli algoritmi generativi quando costruiscono una risposta diretta per l’utente. Per arrivarci serve qualità editoriale vera, profondità semantica, un punto di vista che non si trova altrove. Ne ho scritto anche in un pezzo precedente, Da Brand a Fonte. Per diventare AI-friendly, comprensibili e utilizzabili dalle intelligenze artificiali, i contenuti hanno bisogno di dati strutturati e markup semantici avanzati. E bisogna monitorare la propria presenza dentro le risposte reali degli assistenti AI, non quella immaginata. Stanno nascendo anche gli strumenti per misurarlo. Relixir, per dirne una, è una startup finanziata da Y Combinator che fa analytics dedicati alla visibilità nei risultati generativi. E poi ci sono i nuovi standard tecnici, NLWeb e MCP, spinti da Microsoft e Anthropic, che permettono agli agenti AI di interagire direttamente con i contenuti. E se il traffico, misurato come l’abbiamo sempre misurato, scende, nascono anche nuovi modelli di ricavo. Licenze per i contenuti usati dagli algoritmi AI. Micro-transazioni. Contenuti premium distribuiti via API. Più le strategie di fidelizzazione dirette, community, newsletter, servizi esclusivi, che non passano dal traffico organico. Anche di questo ho scritto altrove, in Verso un’editoria digitale sostenibile. L’intervento di Terzi conferma un campanello d’allarme che era già suonato altrove. Ma è anche un’occasione per chi si muove prima degli altri. Il passaggio da SEO a GEO cambia i team, le priorità, il modo di misurare i risultati. È un cambiamento culturale, prima che tecnico. Chi aspetta di decidere se adattarsi ha già perso terreno. Il tema serio è come farlo, e da dove cominciare. --- ## Basta dare la colpa a Google: ecco il vero nemico del giornalismo URL: https://sequel.consulting/news/vero-nemico-giornalismo/ Data: 2025-05-26 Sintesi: Il vero nemico del giornalismo digitale è l'irrilevanza crescente, non Google. I dati sulla news avoidance e il circolo vizioso che si autoalimenta. Il vero nemico del giornalismo digitale è la disconnessione con il pubblico Nel mondo dei media digitali, ogni discussione strategica inizia e finisce spesso con un nome: Google. Core update, volatilità SEO, calo di traffico da Discover, penalizzazioni varie. È diventato quasi un riflesso pavloviano. Quando le visite calano, è colpa dell’algoritmo. Ma c’è una verità più scomoda. Il vero nemico del giornalismo digitale è l’irrilevanza crescente che il nostro lavoro ha, per una parte sempre più ampia del pubblico, non Google. I dati mostrano un pubblico che si allontana Il Digital News Report 2024 del Reuters Institute lo conferma con i numeri. Il 39% degli utenti globali dichiara di evitare regolarmente le notizie. In Italia siamo al 36%, in crescita di 7 punti in un solo anno. Tra i giovani italiani (18-24 anni), la news avoidance tocca il 47%. La fiducia nei media è ferma al 40% a livello globale. Solo il 38% degli utenti UK si dichiara “molto interessato” all’attualità (era il 70% nel 2015). Siamo davanti a una crisi emotiva, cognitiva, culturale. Le persone non si limitano a essere meno coinvolte. Stanno scegliendo, attivamente, di evitarci. E quando un giornalismo viene evitato, ignorato, saltato… che ruolo può ancora avere? La nuova invisibilità editoriale Anche tra chi ancora legge le news sui siti, una parte crescente lo fa “al riparo” dagli occhi (e dai ricavi) degli editori. 1 utente su 5 nel mondo utilizza regolarmente un AdBlocker. Un altro 10% lo attiva occasionalmente. Le nuove normative sulla privacy e i banner “rifiuta tutti” hanno abbassato drasticamente il tasso di consenso alle CMP, riducendo la percentuale di traffico monetizzabile. Come ha osservato la direttrice digitale del Guardian, “le pagine monetizzabili stanno già calando” a causa dei troppi utenti che rifiutano i cookie. Risultato? Un pubblico invisibile che consuma notizie senza lasciar tracce utili né per la pubblicità, né per la strategia editoriale. Un problema anche emotivo Se alcuni giornalisti stessi ammettono pubblicamente di “non riuscire più a reggere le notizie” per proteggere la propria salute mentale, cosa possiamo aspettarci da un pubblico più fragile, più giovane, più lontano? Le ricerche raccontano perché le persone evitano le notizie. La prima ragione è che le notizie sembrano deprimenti, ansiogene, irrisolvibili. Poi c’è la percezione di un’informazione faziosa, manipolativa, irrilevante. Cresce un senso di impotenza, non posso farci niente, o pura saturazione emotiva. E cresce la voglia di formati alternativi, brevi, visivi, leggeri, contestualizzati. Gli utenti, nel frattempo, si rifugiano altrove, podcast, creator, social, intrattenimento. Non è un caso se quasi metà dei giovani considera le emozioni centrali nelle scelte quotidiane. Chi comunica oggi deve tenerne conto. Redazioni disallineate, un problema interno C’è poi un altro aspetto poco discusso, ma determinante. La frattura interna corre tra chi produce i contenuti e chi analizza il comportamento del pubblico, decidendo le strategie digitali. Troppo spesso giornalisti e team digital non parlano la stessa lingua. In molte redazioni si scrive ancora come per un quotidiano di carta, ignorando le pratiche digitali, gli strumenti, i segnali che il pubblico manda. E il prodotto editoriale viene giudicato dopo, e spesso solo per i clic, senza capire davvero il contesto, gli obiettivi di ogni contenuto, la relazione con chi legge. In questo disallineamento la tecnologia diventa un sospetto, non un alleato. Il risultato? La Generazione Z va altrove. E non guarda indietro. La crisi di attenzione e la lettura che non c’è L’utente medio oggi non legge. Scorre. Salta. Blocca. Ignora. La soglia di attenzione si è abbassata parecchio. La maggioranza degli utenti legge solo i titoli, o non apre affatto l’articolo. Aumenta il tempo speso su piattaforme dove le news arrivano per “osmosi”: TikTok, Instagram, YouTube Shorts. Tutto questo mina l’engagement, certo, ma soprattutto la funzione sociale dell’informazione. Se le notizie si percepiscono soltanto, senza essere davvero lette, cosa sta trasmettendo l’ecosistema dell’informazione digitale? Un circolo vizioso che si autoalimenta Meno lettori = meno ricavi = meno investimenti in qualità = più scorciatoie = più sfiducia = meno lettori. Ecco il cortocircuito in cui rischia di implodere il giornalismo digitale. Il pubblico evita le news perché le vive come negative, inutili o pesanti. Gli editori reagiscono puntando su titoli clickbait, automazione, standardizzazione e ossessione per le metriche. Il pubblico percepisce la deriva e si allontana ancora di più. Siamo parte attiva di un meccanismo che, per sopravvivere, si sta autodistruggendo. Una domanda per l’intero comparto Non abbiamo bisogno di una nuova scorciatoia per fare traffico, né di un segreto SEO nascosto o di una dashboard piena di KPI. Abbiamo bisogno di fermarci e chiederci: Come siamo arrivati al punto in cui quasi metà dei giovani evita deliberatamente le notizie? Quando abbiamo smesso di ascoltare davvero il pubblico, per inseguire solo i dati? Cosa succede se la prossima generazione di lettori non arriva più? Non ho risposte definitive. Ma so per certo che il vero rischio è perdere la connessione con i nostri lettori, non il prossimo core update. L’editoria non muore solo per un algoritmo. Muore anche quando le persone smettono di crederci, e spesso non se ne accorge nessuno finché non è troppo tardi. Se lavori in una redazione, in un’agenzia media, in una tech company, o semplicemente sei un lettore interessato al futuro dell’informazione, ti chiedo una cosa. Che cosa vedi tu? Hai esperienze, visioni o riflessioni da condividere? --- ## Salvare il giornalismo di qualità. Le Big Tech forniscono gli strumenti per farlo URL: https://sequel.consulting/news/salvare-giornalismo-qualita/ Data: 2025-05-13 Sintesi: La trasformazione digitale non uccide il giornalismo: gli strumenti delle Big Tech possono aiutarlo a sopravvivere e rinascere. Quali usare, e come. In un’epoca in cui tutti parlano di ciò che il digitale ha tolto all’informazione, pochi vedono ciò che ha messo a disposizione. Tra algoritmi che decidono cosa leggiamo e piattaforme che dominano la distribuzione, esiste un’altra storia: quella degli strumenti concreti, spesso sconosciuti alle redazioni, che oggi possono aiutare chi rischia di chiudere a restare in piedi. La tecnologia, se compresa e governata, è un alleato da conoscere a fondo. La paura dei media di affrontare il vero nodo, la necessità di trovare un equilibrio sostenibile con le Big Tech, principali partner strategici del settore, sta uccidendo il giornalismo più della trasformazione digitale in sé. Nel 2024, il 75% del traffico globale ai siti di news è stato veicolato principalmente da Google e Meta. I colossi tecnologici hanno cambiato radicalmente le regole del gioco digitale: offrono anche risorse e strumenti utili per la sostenibilità economica e tecnologica delle testate giornalistiche. Eppure solo una manciata di grandi testate si è impegnata seriamente a costruire un modello alternativo indipendente. Come manager di Evolution Group, una delle principali tech company nel mondo editoriale, ho visto da vicino il valore delle partnership con le redazioni. Oggi editori e giornalisti hanno accesso a strumenti avanzati come Pinpoint e News Consumer Insights di Google: migliorano l’efficienza operativa e la qualità del lavoro giornalistico, e aiutano a convertire utenti occasionali in lettori fedeli, un fattore decisivo per la sostenibilità economica delle testate. Eppure i media continuano a cercare il prossimo “deal” con la Big Tech e rinunciano a costruire canali diretti con lettori e inserzionisti. È un meccanismo sistemico: le redazioni investono risorse per ottimizzare i contenuti secondo gli algoritmi delle piattaforme e perdono, un po’ alla volta, il controllo dei dati degli utenti, della libertà editoriale, dell’indipendenza economica. Ignorare questo problema è un errore economico fatale, oltre che deontologico. Ogni click ottenuto oggi grazie a Google o Meta è un lettore che potrebbe essere perso domani per un semplice Update. Il ruolo delle Big Tech a sostegno del giornalismo Google è leader indiscusso nel supporto al giornalismo digitale. Attraverso la Google News Initiative (GNI), ha investito oltre 300 milioni di dollari per finanziare più di 7.000 progetti editoriali in 120 paesi, con iniziative specifiche per innovazione, sostenibilità economica e lotta alla disinformazione. Strumenti come Google Pinpoint hanno rivoluzionato il lavoro investigativo, consentendo ai giornalisti di analizzare rapidamente centinaia di migliaia di documenti tramite intelligenza artificiale e tecnologie OCR. Subscribe with Google, dal suo lato, ha aiutato gli editori a guadagnare più di 500.000 nuovi abbonati digitali, creando una relazione diretta e profittevole con i lettori. Google ha anche sviluppato News Consumer Insights, una soluzione strategica pensata per aiutare le redazioni a trasformare i visitatori occasionali in lettori fedeli. Questo strumento fornisce analisi dettagliate sui comportamenti dei lettori, consentendo ai media di adottare strategie mirate per fidelizzare gli utenti e incrementare i ricavi dagli abbonamenti digitali. Meta, attraverso il Meta Journalism Project, ha destinato 600 milioni di dollari al giornalismo locale e al fact-checking. Programmi come CrowdTangle hanno fornito strumenti essenziali per monitorare le conversazioni sui social network, migliorando significativamente la capacità delle redazioni di intercettare notizie rilevanti in tempo reale. Apple, con Apple News+, ha introdotto un modello di distribuzione premium basato sulla curatela umana, raggiungendo oltre 125 milioni di utenti mensili. Nonostante il modello di revenue-sharing critico, il servizio ha offerto un nuovo canale per raggiungere un pubblico ampio, soprattutto per riviste e contenuti di nicchia. Microsoft ha supportato il giornalismo locale con la Journalism Initiative, collaborando con OpenAI per integrare l’AI nelle redazioni. Programmi pilota negli USA hanno permesso a testate locali di sperimentare strumenti avanzati come GPT-4 per velocizzare il reporting investigativo e aumentare la produttività giornalistica. OpenAI, grazie a strumenti come GPT-4 e Whisper, ha offerto alle redazioni capacità avanzate di sintesi, trascrizione e generazione automatica di contenuti, consentendo di concentrare le risorse redazionali su attività giornalistiche ad alto valore aggiunto. Perché una collaborazione efficace con le Big Tech è essenziale Sottovalutare il potenziale delle partnership con i grandi player del settore è un errore economico e strategico. Il traffico generato da Google e Meta, oltre ai finanziamenti diretti, è una risorsa indispensabile per molte testate: garantisce sostenibilità finanziaria e amplifica i contenuti. Gli strumenti forniti dalle Big Tech, basti vedere quelli offerti da Google, offrono enormi potenzialità per incrementare l’efficienza operativa e migliorare la qualità del giornalismo. Tuttavia, questi strumenti spesso restano poco noti o scarsamente utilizzati dalle redazioni. Il nostro ruolo come consulenti è anche questo: accompagnare i partner nella comprensione delle logiche degli algoritmi e nell’individuare le opportunità spesso nascoste. Soltanto chi, come noi, lavora da anni dietro le quinte del grande show dell’editoria digitale può conoscere a fondo queste opportunità e metterle davvero in evidenza per gli editori e le redazioni che le devono mettere a terra. Una riflessione Le redazioni devono considerare le Big Tech alleati strategici, da coinvolgere in collaborazioni durature e produttive. Conta sfruttare al massimo gli strumenti e le opportunità che offrono, per rafforzare indipendenza editoriale e sostenibilità economica nel lungo periodo, più che discutere se sia possibile farne a meno. Chi continua a inseguire il prossimo accordo con Google o Meta, senza investire su questi strumenti né su una relazione diretta con i lettori, si condanna a dipendere per sempre da regole scritte da altri. --- ## Addio cookie: quale futuro per i modelli di business dell’editoria digitale? URL: https://sequel.consulting/news/addio-cookie-editoria/ Data: 2025-04-30 Sintesi: Con il rinvio dello stop ai cookie di terze parti, quale futuro per la monetizzazione editoriale? Dati di prima parte, paywall dinamici e progetti speciali. Quando Google ha annunciato di non eliminare (per ora) i cookie di terze parti da Chrome, ho subito pensato alle conseguenze per il settore media. Negli ultimi anni editori e giornalisti si erano preparati al cosiddetto cookieless future, iniziando ad investire in tecnologie pubblicitarie, dati proprietari, paywall e pubblicità contestuale. Adesso che Chrome manterrà i cookie di terze parti più a lungo del previsto, vale la pena riflettere su cosa significhi per i modelli editoriali italiani. Un rinvio inaspettato: il caso Google Chrome e cookie di terze parti Google originariamente pianificava di eliminare i cookie di terze parti su Chrome già nel 2022, poi ha rinviato al 2023 e successivamente alla fine del 2024. L’ultimo annuncio ha spiazzato molti: di fatto, i cookie di terze parti resteranno attivi su Chrome anche nel 2024 e oltre, in attesa che le soluzioni alternative della Privacy Sandbox siano pronte e diffuse. In pratica Google ha preferito prendersi più tempo invece di precipitare una rivoluzione tecnologica per cui né l’ecosistema pubblicitario né gli editori sembrano del tutto pronti. Questo rinvio ha implicazioni importanti. Da un lato, gli editori tirano un sospiro di sollievo: la pubblicità comportamentale basata su cookie continuerà a funzionare nel breve termine, evitando un potenziale calo improvviso dei ricavi pubblicitari. Dall’altro, la marcia indietro di Google conferma che la transizione a modelli privacy-first sarà graduale. Chi aveva già investito in soluzioni alternative (dati di prima parte, contextual targeting, login obbligatori, ecc.) potrebbe trovarsi momentaneamente “avanti” rispetto al mercato, ma di certo non pentito: il trend verso una maggiore privacy degli utenti è destinato a proseguire. In Europa normative come GDPR e ePrivacy hanno già ridotto la disponibilità di dati di terze parti, quindi la strategia di lungo periodo non cambia: meno dipendenza da cookie di terze parti e più focus sulla relazione diretta col lettore. Un modello basato sui cookie di terze parti (sempre più a rischio) Per molti editori digitali italiani, soprattutto di piccole e medie dimensioni, la monetizzazione è sempre dipesa fortemente dalla pubblicità programmatica, ovvero la vendita automatizzata di spazi adv, spesso gestita tramite Big Tech (Google in primis). Questo modello ha per anni garantito entrate grazie ai cookie di terze parti, piccoli file che tracciano gli utenti e permettono pubblicità mirata in rete. Non è un’esagerazione dire che i cookie di terze parti sono stati il “carburante” della pubblicità online personalizzata: sono alla base del targeting comportamentale e del funzionamento stesso del Programmatic Advertising. Non a caso, il mercato della pubblicità programmatica in Italia è cresciuto costantemente, nonostante le complessità e le contrazioni degli ultimi anni, frenato anche da un contesto geo-politico non semplice. Molti siti d’informazione locali e verticali hanno vissuto di queste raccolte pubblicitarie via cookie senza sviluppare modelli realmente alternativi. Eppure, questo ecosistema basato sui cookie è a rischio. Già da tempo, ad esempio, Safari (Apple) e Firefox li bloccano. Traffico volatile: l’impatto degli aggiornamenti continui di Google Oltre alla trasformazione strutturale nel mondo adv, c’è un altro fattore che rende fragile il sistema dei media digitali italiani basato su questo modello: la dipendenza dal traffico proveniente dai motori di ricerca, su tutti, per ovvi motivi, Google. Negli ultimi anni Google ha rilasciato frequenti Core Update, spesso con effetti dirompenti sulle visite dei siti d’informazione. Molte testate hanno visto oscillazioni notevoli fino ad arrivare a veri e propri crolli di traffico da un mese all’altro. Si tratta di perdite improvvise di pubblico che ovviamente si traducono in perdite di ricavi pubblicitari, visto che meno utenti/pageview significano meno impression vendibili. A tutto ciò si aggiunge la crescente rilevanza di Google Discover (il feed di notizie personalizzate che appare su mobile), che per molti giornali sta superando, o ha già superato, lo stesso Search come fonte di visite, attestandosi sul 70-80% ma arrivando anche a picchi del 90% di quota traffico. Discover può portare valanghe di traffico quando “premia” un contenuto, ma il suo funzionamento algoritmico è ancora più volatile, ed è per questo che insisto tanto sull’importanza di seguire un metodo. Diversi gruppi editoriali che seguo personalmente stanno già adattando il proprio lavoro a questo canale, perché pesa parecchio sul traffico. Restano però sul terreno di Google, con regole decise da altri. Un recente esperimento di Google ha evidenziato in modo quasi provocatorio la dipendenza dei publisher dal traffico della Big G. Tra fine 2024 e inizio 2025 Google ha condotto un test in alcuni Paesi (Italia compresa) rimuovendo per un piccolo campione di utenti tutti i risultati di news dalle proprie piattaforme (Search, News, Discover). Gli editori italiani, di fronte a questo “spegnimento” temporaneo, hanno lanciato l’allarme: era la prova di quanto verrebbero penalizzati se Google decidesse di tagliarli fuori. I commentatori l’hanno letto come un messaggio neanche troppo velato da parte di Mountain View: guardate quanto traffico (e soldi) potreste perdere se il rapporto con Google dovesse incrinarsi. In effetti, numeri alla mano, il test ha suggerito flessioni di utenti attivi sulle news di diversi punti percentuali già dopo pochi giorni. In altre parole, Google ha ricordato agli editori il peso che ha nel convogliare lettori verso i loro siti (un potere quasi “ricattatorio”, come qualcuno l’ha definito). Questo episodio, unito agli impatti dei Core Update, mostra ancora una volta la fragilità del modello di tanti media online italiani: troppo dipendente da piattaforme terze per la visibilità ed il traffico. Cosa significa, in concreto, per gli editori nostrani? Significa che chi ha vissuto solo di advertising iper-mirato dovrà reinventarsi. In mancanza dei dati di tracciamento di terze parti, saranno premiali approcci alternativi: ad esempio investire sui dati di prima parte (dati proprietari raccolti con il consenso degli utenti, tramite login, newsletter, survey, ecc.) e su forme di advertising contestuale o basate su interessi generali. Non è un caso che si parli tanto di data management e soluzioni cookieless: gli inserzionisti stanno già sperimentando nuovi identificatori e tecnologie (Google stessa spinge la sua Privacy Sandbox con API per il targeting aggregato). Tuttavia, molti editori medio-piccoli italiani si trovano in posizione di svantaggio competitivo, perché non dispongono di team tecnologici o database utenti paragonabili ai colossi. Gran parte di loro rischia di subire inizialmente un calo delle entrate pubblicitarie (alcune stime, a livello globale, indicano potenzialmente anche -50% di ricavi senza cookie di terze parti) se non si attrezza per tempo con soluzioni alternative. Bisogna correre ai ripari: consolidare la relazione diretta col proprio pubblico, differenziare le fonti di guadagno e valorizzare la propria audience. Modelli alternativi di monetizzazione Di fronte alla crisi dei cookie, gli editori si stanno muovendo in nuove direzioni per monetizzare i propri contenuti. Una strada molto battuta è quella degli abbonamenti e membership, che trasformano i lettori occasionali in utenti fedeli e paganti, con contenuti premium o vantaggi esclusivi. Anche i paywall dinamici guadagnano terreno: accesso variabile ai contenuti gratuiti in base ai comportamenti degli utenti, per trovare il giusto equilibrio tra audience free e lettori a pagamento. Altri puntano sulla pubblicità contestuale, in cui gli annunci si adattano al contenuto della pagina, riducendo la necessità di profilare il singolo utente e restando efficaci anche in ottica privacy-first. Per compensare la perdita di dati da cookie prende sempre più piede l’utilizzo dei dati di prima parte, cioè informazioni raccolte direttamente dai lettori tramite registrazioni, newsletter e interazioni dirette: la base per una relazione stabile con il pubblico. È anche un motivo in più per costruire un brand vero e proprio, non solo un sito. Ci sono poi soluzioni più tecniche. Le Data Clean Room sono spazi virtuali dove editori e inserzionisti possono incrociare dati in modo sicuro e anonimizzato. Gli identificatori universali sono nuovi standard per riconoscere gli utenti senza compromettere la privacy. Un trend interessante riguarda le nuove metriche di attenzione, che misurano l’effettivo coinvolgimento degli utenti (tempo di lettura, visibilità degli annunci). Premiano la qualità editoriale e restano una valida alternativa ai cookie. Infine, spingiamo molti editori a puntare sulla messa a terra di progetti speciali. Queste soluzioni editoriali su misura sono oggi una leva per valorizzare l’audience, generare nuove entrate e aprire partnership con gli inserzionisti. La vendita di progetti speciali permette agli editori di monetizzare meglio la relazione con la propria audience, piuttosto che dipendere esclusivamente dai volumi di traffico. Si passa dal vendere spazi pubblicitari al vendere il valore dei propri lettori. Un progetto speciale ben riuscito infatti “vale” molto di più in termini economici di qualche milione di impression in programmatic: perché il brand paga per un contesto qualitativo, per l’associazione con i contenuti dell’editore, per un coinvolgimento più diretto dei lettori. E spesso questi progetti sono cross-media, sul sito, sui social dell’editore, via email, magari anche su carta o eventi dal vivo: l’impatto si moltiplica. In tutti questi nuovi modelli di monetizzazione, il filo conduttore è la crescente attenzione degli utenti alla propria privacy. Le normative, come il GDPR in Europa, hanno modificato radicalmente l’approccio al trattamento dei dati personali, rendendo sempre più complessa e delicata la profilazione basata su cookie e tracciamenti invasivi. Gli utenti oggi sono più consapevoli e attenti al controllo dei loro dati, e questo obbliga editori e inserzionisti a sviluppare strategie che rispettino al massimo la loro riservatezza. Si tratta di ripensare la relazione con il lettore in termini di fiducia e trasparenza, non solo di conformarsi a una normativa. Un equilibrio nuovo da costruire La buona notizia è che nel settore c’è fermento e capacità di adattamento. Gli editori italiani, anche quelli medio-piccoli, stanno prendendo coscienza del valore intrinseco della propria audience e cercando di capitalizzarlo in modi nuovi. La valorizzazione dell’audience passa sempre di più dalla costruzione di rapporti diretti (dati di prima parte, community) e dalla creatività nell’offerta commerciale. I progetti speciali su misura per i brand ne sono l’esempio più lampante: portano più revenue, più fedeltà e differenziano l’offerta editoriale. Naturalmente non esiste una soluzione magica valida per tutti (il percorso di trasformazione dipende dalla natura di ciascuna testata, dalla sua nicchia e dal suo pubblico), ma la direzione di marcia è comune. In questo percorso conta mantenere un equilibrio: innovare senza snaturarsi. Il rischio, infatti, è di inseguire troppo le opportunità commerciali e perdere di vista la propria mission editoriale o la fiducia dei lettori. La sfida è invece integrare i progetti per i brand in modo coerente con la linea e i valori della testata, così che la credibilità non ne risenta (anzi, ne esca rafforzata se i contenuti speciali sono di qualità). L’editore del futuro prossimo dovrà essere un po’ tecnologo (per gestire dati e privacy), un po’ stratega commerciale (per inventare formule nuove di ricavo) e, come sempre, un narratore affidabile per la sua comunità di lettori. Le difficoltà di oggi sono anche un’occasione per ripensare modelli ormai vecchi e costruire un’editoria digitale italiana più solida. È una riflessione che faccio ad alta voce, da collega del settore: serve coraggio per cambiare rotta, ma i dati dicono che è una strada obbligata. Chi saprà evolvere, puntando sul valore della propria audience e riducendo le dipendenze da fattori esterni, si prepara meglio al nuovo ecosistema mediatico. E forse, nel lungo periodo, ne guadagneranno anche i rapporti con gli OTT e con gli utenti: un equilibrio in cui contenuti di qualità e comunità di lettori tornano al centro. --- ## Big Tech & Editoria: come si sta ridefinendo il rapporto tra news e piattaforme URL: https://sequel.consulting/news/big-tech-editoria/ Data: 2025-04-15 Sintesi: Google, Meta, OpenAI e Apple: chi ha scelto di stare dalla parte degli editori e chi ne ha approfittato. La mappa del rapporto tra news e Big Tech nel 2025. Come anticipato in un precedente post, in cui si faceva riferimento al sistema di intelligenza artificiale di Meta su WhatsApp che non citava le fonti riconoscendo il danno causato al settore editoriale, ho deciso di approfondire come le Big Tech attive nel mondo dell’editoria abbiano impostato le proprie politiche nel contesto dell’editoria digitale. Chi ha scelto di stare dalla parte degli editori e chi, invece, ne ha approfittato? Nel 2025 il rapporto tra piattaforme tecnologiche ed editori si gioca sull’uso dell’AI generativa, sul diritto di accesso ai contenuti per il training dei modelli e sulla sostenibilità dei media, molto più che su traffico al sito e link. Un confronto serrato che coinvolge aspetti legali, economici e tecnologici, con player che adottano strategie profondamente diverse. Per gli editori, è una fase di transizione complessa: serve comprendere a fondo le dinamiche in gioco, valutare rischi e opportunità, e immaginare modelli di business sostenibili in un contesto dominato dalle Big Tech e dall’intelligenza artificiale. Ecco una mappa aggiornata della situazione. Google: tra investimenti miliardari e AI che (in parte) taglia il traffico Google è il player con la strategia più strutturata e ambivalente. Da un lato investe da anni in programmi come News Showcase (1 miliardo di dollari a livello globale) e Extended News Preview, con licenze formalizzate a centinaia di editori europei. Dall’altro la sua evoluzione verso l’AI generativa, con progetti come Search Generative Experience (SGE), riduce il traffico organico verso le fonti. SGE offre risposte immediate e sintetiche direttamente nella SERP, riducendo il bisogno di cliccare sulle fonti originali. Le stime parlano di un calo potenziale tra il 20% e il 40% del traffico da Google verso alcune testate, soprattutto su argomenti evergreen o a domanda consapevole. La questione delle citazioni e dei diritti d’autore è tuttora in discussione: Bard raramente cita le fonti, mentre SGE inserisce riferimenti ma non sempre in modo granularmente tracciabile. Google difende il proprio operato richiamando il concetto di fair use, ma accetta di negoziare quando la legge lo impone (es. art.15 UE). In Italia, grazie alla vigilanza dell’AGCM, sono stati raggiunti accordi significativi con molti editori. News Showcase: attivo in Italia dal 2021, coinvolge 76 testate italiane con accordi individuali. Parte di un investimento globale da oltre 1 miliardo di dollari, finalizzato a “supportare il giornalismo di qualità”. ENP (Extended News Preview): oltre 300 testate europee licenziate per mostrare snippet estesi su Google, in conformità all’art.15 della direttiva Copyright UE. SGE (Search Generative Experience): la nuova frontiera AI di Google integra snapshot generativi nella SERP. Secondo stime del settore, potrebbe comportare una riduzione del traffico organico tra il 20% e il 40% per alcuni editori. Brevetto US11769017B1: evidenzia l’uso di AI per generare riepiloghi da contenuti web con fonti selezionate, ma non sempre chiaramente citate, almeno per ora. Posizione ufficiale: Google rivendica il valore in traffico restituito ai siti, ma accetta (laddove obbligato) accordi economici. In Italia ha evitato sanzioni grazie a negoziazioni “in buona fede” con l’AGCOM. Meta: disimpegno progressivo e ritiro dal fact-checking Meta ha seguito una traiettoria opposta a quella di Google. Dopo aver investito (oltre 300 milioni di dollari) in progetti editoriali attraverso il Meta Journalism Project, oggi l’azienda appare in ritirata. La chiusura di Facebook News in Europa, la sospensione del programma di fact-checking con partner terzi e il blocco totale delle news in Canada nel 2023 segnalano un allontanamento dal mondo dell’informazione. Il messaggio è chiaro: secondo Meta, la presenza delle news sulle sue piattaforme non è né prioritaria né redditizia. Solo il 3% dei contenuti visti su Facebook riguarda articoli giornalistici e, secondo l’azienda, sono gli editori a trarre beneficio dalla visibilità, non viceversa. E dove si è vista chiedere compensi da alcune testate, si è difesa dietro al muro del fair use. Anche nell’ambito AI, Meta ha assunto un ruolo più “conservativo”: integra fonti da Google e Bing nel suo chatbot, senza un motore di risposta autonoma stile Bard o Copilot. Tuttavia, l’addestramento del modello Llama 2 ha sollevato dubbi sull’utilizzo di contenuti editoriali protetti. Meta Journalism Project: ha investito 300 milioni $ (2017-2022) nel giornalismo, con training, accelerator, supporto al fact-checking e fondi emergenziali (es. Covid). Facebook News: lanciato in USA, UK e Germania, oggi chiuso in Europa. Dal 2024 Meta ha interrotto le collaborazioni con i fact-checker su Facebook/Instagram in favore di strumenti automatizzati. AI generativa: Meta AI si integra con Bing e Google Search, mostrando fonti. Nessuna piattaforma aggregativa propria. OpenAI: il nuovo attore, tra training dati e primi accordi OpenAI è un caso a parte rispetto ai player tradizionali: usa i contenuti per addestrare i propri modelli linguistici (GPT-4), senza distribuirli direttamente. È l’unico dei big ad aver siglato accordi formali per il training AI: il caso emblematico è quello con Associated Press, che ha aperto la strada a future intese con altri gruppi. OpenAI ha introdotto strumenti per migliorare la trasparenza, come GPTBot, che consente agli editori di escludersi dal training, e la modalità Browsing, che mostra le fonti per le risposte online. Tuttavia, la maggior parte delle risposte di ChatGPT deriva ancora dal modello pre-addestrato, privo di riferimenti espliciti alle fonti. Questo resta un nodo critico, anche alla luce di episodi in cui l’AI ha restituito contenuti protetti da paywall. La pressione normativa (AI Act in Europa, possibili class action negli USA) sta spingendo OpenAI a rivedere il proprio approccio. L’accordo con AP e il fondo con Microsoft da 10 milioni di dollari per le redazioni locali sono i primi segnali di una strategia più responsabile. Accordo con Associated Press (luglio 2023): licenza d’archivio + accesso a soluzioni AI. Fondo Microsoft-OpenAI da 10 mln $ per redazioni locali USA (2024). GPTBot: crawler web lanciato ad agosto 2023 con opt-out via robots.txt. ChatGPT: include ora modalità di browsing con fonti citate solo per utenti Plus, ma la maggior parte delle risposte è generata da modelli pre-addestrati, senza attribuzione diretta. Casi critici: la funzione Browsing è stata sospesa nel 2023 per aver restituito articoli paywall interi. OpenAI ha poi introdotto filtri anti-abuso. Microsoft: il “partner responsabile” dell’editoria? Microsoft, forse per la sua posizione di minoranza nel search (Bing ha ~3% di quota mercato), si è ritagliata un profilo di alleato del giornalismo. Con il portale Start e le app collabora da anni con oltre 1.200 editori in tutto il mondo. La svolta AI, con Bing Chat e il lancio di Copilot Daily, non ha intaccato questo approccio. Al contrario: Microsoft ha aggiornato i contratti per includere l’uso dei contenuti nei prodotti AI, siglando nuovi accordi con grandi editori come Reuters, Axel Springer, Hearst e Financial Times. Ogni risposta di Bing Chat contiene riferimenti numerici alle fonti, anche in presenza di contenuti parzialmente generati. Microsoft, tra l’altro, è stata tra le poche Big Tech a sostenere apertamente leggi a favore degli editori, come il News Bargaining Code in Australia. Questo posizionamento ha consolidato la sua reputazione di “partner responsabile” e ha ridotto l’esposizione a controversie e critiche. Il caso Italia: diritti editoriali, AI e prospettive normative L’Italia si trova in una posizione intermedia, con alcuni punti di forza e alcune lacune. Grazie alla direttiva UE sul copyright (recepita nel 2021), molti editori italiani hanno accordi attivi con Google. Tuttavia, Meta non ha mai siglato intese formali con media italiani e OpenAI non ha ancora avviato partnership strutturate. La FIEG e altri organismi di categoria seguono da vicino la questione dell’uso dei contenuti nei modelli AI. Nei prossimi mesi, l’approvazione dell’AI Act europeo potrebbe imporre obblighi di licenza o di trasparenza sull’uso dei dati nei modelli generativi. Per l’editoria italiana è una finestra importante per rivendicare maggiore tutela e compensazione. Può prendere spunto da esperienze come quella australiana o canadese, cercando però, dove possibile, soluzioni negoziate e sostenibili. Il rapporto tra piattaforme digitali e media coinvolge oggi la struttura stessa del contenuto informativo, il suo valore e il valore di chi lo redige, nell’ecosistema dell’AI: non è più solo una questione di traffico o di visibilità. Se da un lato l’intelligenza artificiale promette efficienza, sintesi e nuove opportunità, dall’altro rischia di disintermediare il ruolo delle redazioni, riducendo il traffico e mettendo in crisi modelli economici già fragili, destabilizzati dai continui cambiamenti dell’algoritmo di Google su cui per anni si sono basati. Sì, agli editori serve una strategia definita, ma soprattutto un nuovo equilibrio: più trasparenza sull’uso dei contenuti, accordi di licenza chiari e verificabili, un coinvolgimento attivo nella definizione dei prodotti AI. Serve un tavolo comune, per il bene di tutto il settore. Il futuro dell’informazione lo scrive anche chi ogni giorno la produce con qualità, non solo chi sviluppa la tecnologia. --- ## Da Brand a Fonte: l'evoluzione silenziosa che riscrive il futuro (e il presente) dell'editoria digitale URL: https://sequel.consulting/news/da-brand-a-fonte/ Data: 2025-03-29 Sintesi: L'editoria digitale cambia fase: non basta più essere brand, bisogna diventare fonte per gli LLM. Cosa cambia con il brevetto Google sui riepiloghi generativi. Ho deciso di aprire questa nuova newsletter con un approfondimento che, in un certo senso, è un doppio punto di partenza. Lo è per me, perché apre uno spazio in cui condividerò osservazioni e segnali di cambiamento nel mondo dell’editoria digitale, guardando Dentro l’Algoritmo. Lo è anche, e soprattutto, per il settore. Stiamo entrando in una fase nuova, più selettiva, più tecnica, più algoritmica. L’articolo che segue racconta questo passaggio, a partire da un brevetto chiave pubblicato da Google nel 2023, i cui effetti si vedono solo ora, in modo tangibile. Dall’era dei siti MFA, Made for AdSense, all’arrivo dell’intelligenza artificiale, l’editoria digitale ha attraversato cambiamenti radicali. Francesco Apicella (uno dei massimi esperti del mondo media e delle strategie digitali, founder di Evolution Group, la tech company che supporta centinaia di editori nell’adattarsi ai nuovi contesti, e anche mio mentore, oltre che il mio capo) questa visione l’aveva già tracciata con chiarezza anni fa. Appena l’AI generativa ha iniziato a incidere sull’ecosistema dei contenuti online, Apicella ha iniziato a sensibilizzare il settore sull’urgenza di evolvere da “sito” a “brand”. Un passaggio che sembrava semplice ed era invece decisivo, perché era l’unico modo per farsi riconoscere da Google come soggetto autorevole in mezzo al rumore speculativo dei MFA. Quella visione ha anticipato quello che oggi è evidente a tutti. Chi ha intrapreso per tempo questo percorso oggi ha un vantaggio competitivo reale. Chi è rimasto fermo deve compiere un salto ancora più ampio, perché oggi, per restare nella partita, non basta più essere brand. Bisogna diventare fonte. Da Traffico a Brand: la prima grande evoluzione La storia recente del web è stata segnata dalla proliferazione dei siti MFA (Made for AdSense), progettati per massimizzare i ricavi pubblicitari senza alcuna attenzione reale alla qualità informativa. Google ha cercato di contrastare questa dinamica attraverso vari core update, volti a premiare la cosiddetta “qualità”. L’introduzione massiva dell’AI generativa ha complicato ulteriormente il quadro. I core update di novembre 2023 e marzo 2024 hanno tentato di arginare l’ondata di contenuti generati automaticamente e di bassa qualità, con risultati controversi. In diversi casi hanno colpito pesantemente anche editori storici, penalizzando siti che rispettavano, almeno sulla carta, le linee guida E-E-A-T e avevano costruito una reputazione editoriale nel tempo. Il paradosso è stato evidente. Mentre i MFA proliferavano, alcuni dei migliori brand editoriali hanno visto crollare i ricavi pubblicitari. Negli ultimi anni anche Google ha provato, non senza difficoltà, a costruire perimetri attorno alla qualità, nel tentativo di distinguere il giornalismo autentico dal rumore di fondo dei contenuti speculativi. Un esempio è Showcase, la piattaforma lanciata nel 2020 per offrire agli editori uno spazio editoriale più curato, dove possono controllare direttamente come i contenuti vengono presentati e distribuiti. Più che una vetrina, è un vero programma globale di licenze. Google remunera gli editori che partecipano, incentiva la produzione di giornalismo di qualità e costruisce relazioni più solide con il pubblico. Dentro Showcase la scelta editoriale torna centrale, con articoli selezionati, cronologie, approfondimenti e, in alcuni casi, accesso gratuito a contenuti in paywall. È una logica radicalmente diversa da Discover o dalla SERP tradizionale, perché qui è l’editore a scegliere cosa mostrare, non l’algoritmo. In un’epoca in cui le AI sintetizzano tutto, piattaforme come Showcase ricordano che la qualità ha bisogno di contesto, struttura e riconoscibilità. E che Google, quando serve, la qualità sa riconoscerla, valorizzarla e pagarla. Questa dinamica ha spinto molti editori verso una direzione chiara, diventare brand riconoscibili. Essere un brand significa avere una linea editoriale coerente, un tono identificabile, una relazione diretta con la propria community. Vuol dire anche pensare i contenuti in funzione dei canali e dei comportamenti, presidio dei social media, newsletter verticali, notifiche push pensate per far tornare il lettore, contenuti studiati per allungare il tempo medio di permanenza. E poi attività di PR, presidio degli eventi, marketing. Ogni touchpoint diventa un’occasione per creare abitudine e costruire community. Google offre strumenti preziosi come il News Consumer Insight (NCI), che permette di analizzare il comportamento degli utenti. I dati parlano chiaro: rispetto a chi non utilizza queste informazioni, le testate che conoscono a fondo i propri lettori registrano +20% di revenue diretta, +20% nel valore degli annunci e +40% di CTR sui contenuti pubblicati. Il branding editoriale, ovvero la reputazione digitale di una testata, è più di un esercizio di stile. È una strategia operativa, sostenuta da persone, dati, tecnologia, attenzione al comportamento dei lettori. E oggi, più che mai, è la base minima da cui evolvere in fonte, perché senza relazione nessun contenuto è davvero rilevante. Né per l’utente, né per l’algoritmo. E c’è una ragione in più: quando scelgono chi citare, i sistemi AI danno più peso a quello che le fonti terze dicono di te che a quello che scrivi di te stesso. Essere raccontati vale più che raccontarsi. Da Brand a Fonte Autorevole: la nuova soglia evolutiva Ma il nuovo orizzonte che si sta delineando è diventare una “fonte” nel senso più tecnico e sistemico del termine, una sorgente di dati e contenuti che un motore di ricerca, o più precisamente un LLM, considera affidabile, strutturata, accessibile e processabile. Il brevetto US11769017B1, pubblicato il 26 settembre 2023 e intitolato “Generative Summaries for Search Results”, descrive con chiarezza la nuova architettura cognitiva della SERP. Il sistema va oltre il semplice elenco di link: usa un Large Language Model (LLM) per generare un riepilogo in linguaggio naturale (NL), basato su documenti selezionati (SRD, Search Result Documents), come risposta alla query. Le fasi tecniche del processo descritto nel brevetto Ricezione della query: la richiesta dell’utente viene acquisita, sia come input diretto che come prompt generato automaticamente (es. contesto o cronologia). Identificazione degli SRD: il sistema seleziona un insieme di documenti che compongono il corpus da cui estrarre le informazioni. Elaborazione LLM: gli snippet o frammenti testuali vengono processati da un LLM, che genera un output linguistico preliminare. Sintesi in NL: da questo output viene generato un riepilogo coerente in linguaggio naturale, che riassume le informazioni con un livello di dettaglio bilanciato (evitando sia generalizzazioni che iper-specificità). Selezione dinamica del modello generativo Uno degli elementi più sofisticati descritti nel brevetto è la selezione dinamica del modello. Il sistema può scegliere tra diversi LLM (o versioni di essi) in base a: caratteristiche della query tipo e qualità dei contenuti presenti negli SRD contesto dell’utente Il risultato è un equilibrio tra accuratezza semantica, pertinenza e scalabilità computazionale. Verificabilità e tracciabilità: il nuovo standard Il brevetto introduce anche la possibilità di collegare sezioni del riepilogo NL a specifici documenti SRD, tramite link diretti. Questo permette una verifica puntuale delle informazioni e rafforza la fiducia verso l’ecosistema di fonti selezionate. È una forma evoluta di sistema di citazione automatizzato, dove i contenuti devono essere strutturati apposta per rendere possibile quella mappatura. Colori e misure di fiducia Il sistema può anche attribuire diversi gradi di fiducia (confidence levels) alle singole porzioni del riepilogo generato. Nell’interfaccia questo potrebbe tradursi in colori distinti o altri segnali UI/UX, che rendono trasparente per l’utente finale il livello di attendibilità di ogni frase. Implicazioni per l’editoria digitale Essere fonte, nel senso del brevetto US11769017B1, è una questione tecnica prima che di reputazione. Vuol dire: avere contenuti scritti in modo formalmente processabile usare segnali strutturati, come schema.org, dati strutturati, microdati fornire informazioni granulari, segmentabili e verificabili aggiornare costantemente i contenuti statici Chi non struttura i propri contenuti per essere letti, interpretati e sintetizzati da un LLM rischia di sparire dalla nuova SERP generativa. L’era del traffico è finita? L’era del brand è al suo apice? Forse. Il futuro prossimo appartiene comunque alle fonti. E in questo futuro saranno premiati quelli che sapranno scrivere contenuti di valore pensati per essere letti da un algoritmo, sintetizzati da un LLM, riconosciuti come affidabili da un sistema automatico di intelligenza artificiale. Sono molte le strategie che da tempo consigliamo alle redazioni, a partire dall’interpretazione dei segnali che Google stesso offre già in SERP, fino all’uso mirato di piattaforme di analisi avanzata. Il metodo che condividiamo con gli editori che ci chiedono supporto si basa su un approccio integrato, leggere i segnali, costruire consapevolezza, far evolvere il mindset editoriale. Più che applicare tecniche isolate, si tratta di far evolvere, in modo strutturato, il modo in cui si pensa e si produce contenuto. E questo richiede tecnologie che, oggi, non sono più opzionali. Un contenuto eccellente, pubblicato su una piattaforma tecnicamente inadeguata, fa sempre più fatica a emergere rispetto a un contenuto mediocre ospitato su un’infrastruttura pensata per l’editoria digitale, come il nostro CMS proprietario Blockcraft, che usiamo con testate nazionali. La qualità passa anche dal codice. Anche io, da tempo, sto cambiando il mio modo di cercare online. Le interrogazioni che faccio su Google si sono ridotte, e drasticamente. Non per disaffezione. Perché so che spesso mi troverei davanti a una distesa di contenuti spazzatura, o dovrei perdere tempo a selezionare a mano le fonti affidabili tra fake news e tentativi di clickbait. Per questo preferisco piattaforme che fanno una prima scrematura per me. ChatGPT Search, ad esempio, dove l’AI compone una risposta sintetica già filtrata, anche se resta da capire in base a quali criteri seleziona le fonti, perché gli errori sono sempre dietro l’angolo. Oppure YouTube, che per i tutorial è imbattibile: posso vedere chi parla, valutare la qualità del contenuto e decidere in fretta a chi affidarmi. Le piattaforme che semplificano la scelta, che riducono il rumore e aumentano la qualità percepita, oggi sono premiate. E Google, al contrario, continua ad offrire un mare indistinto in cui l’utente deve nuotare alla ricerca della perla. Qualcuno inizia a stancarsi. Per la prima volta dal 2015, Google è sceso sotto il 90% di quota di mercato nella ricerca online, fermandosi all'89,7% secondo Statcounter (dicembre 2024). È un dato storico, che segna l’inizio di una nuova era. Gli utenti iniziano a cercare altrove. Anche Bing (4%), Yandex (2,6%) e Yahoo (1,3%) registrano piccole crescite, e approfittano della frammentazione in atto. Intanto molte persone usano già l’AI per pianificare viaggi, fare shopping o cercare informazioni pratiche, attività che un tempo erano dominio quasi esclusivo di Google. Restano briciole, certo, ma il segnale c’è. Ma forse questo disincanto collettivo è proprio ciò che sta spingendo Google a cambiare rotta in modo più deciso. Forse è l’inizio di un nuovo ciclo, in cui la qualità, quella vera, misurabile e strutturata, torna al centro. La storia insegna che niente è per sempre, e la domanda che resta sospesa è: Google è ancora in tempo per rimettere ordine? O ha perso il controllo del suo stesso ecosistema?